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Terremoto - Un uomo estratto vivo dalle macerie ad Amatrice, comune di 2650 abitanti della provincia di Rieti (Reuters)
Un uomo estratto vivo dalle macerie ad Amatrice, comune di 2650 abitanti della provincia di Rieti (Reuters)
Centro - cronaca Cronaca

L’Italia ferita dal terremoto (VIDEO)

Nel terremoto che ha ferito l’Italia i morti sono almeno 247. I dispersi centinaia, gli sfollati migliaia. Polvere e paura: i volti della tragedia assomigliano a quello della suora con la fronte insanguinata. Il sisma evidenzia la forza e la debolezza del carattere nazionale: la forza è nella professionalità dei soccorritori, mentre la debolezza è la rassegnazione ad abitare in centri vulnerabili ai terremoti.

Ore 3:36, la terra trema. Sbriciolati i paesi, l’incubo dei dispersi NICCOLÒ ZANCAN*

Terremoto nel cuore della notte: “È peggio dell’Aquila”. Almeno 132 vittime. Pescara del Tronto non esiste più

Cercano un bambino che si chiama Leone. Trovano un piccolo cane ferito. Salta fuori da un buco polveroso con appiccicato sul dorso un pezzo di scotch. C’è scritto: «Questo è il cane di Barbara». Ma Barbara dov’è? Barbara che era arrivata da Roma per stare qualche giorno con la famiglia del suo fidanzato la tirano fuori a metà pomeriggio. «Io voglio credere che non si sia accorta di niente, come quelle due ragazzine che abbiamo trovato abbracciate. Come la badante che non riuscivamo proprio a rintracciare, perché era sprofondata giù di sessanta metri». Roberto Bartola del soccorso speleologico delle Marche si toglie il casco dopo quattordici ore di tentativi inutili. Tira un vento spaventoso. Il cielo è limpidissimo. Scende la sera sulle ennesime rovine italiane, all’incrocio esatto fra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo.

È ancora quell’Italia minore di cui ci si accorge sempre troppo tardi, appena in tempo per rimpiangerla. Quella dei vecchi e dei giovani ancora insieme. Delle sagre degli spaghetti in mezzo ai boschi, delle «bisteccate». Vacanze dai nonni, camminate, fiori freschi sui davanzali nelle case restaurate dei vecchi borghi. Adesso è tutto crollato. Diciamo così, ma è solo per semplificare. Non c’è nessuna logica in quello che è successo. Qualcosa è crollato fino a sbriciolarsi completamente, qualcosa si è salvato. Magari nello spazio della stessa strada, persino fra case gemelle. Come se qui si fossero abbattute la zampate di un dio perfido: quattro affondi terrificanti prima di passare oltre. Accumoli, Amatrice, Arquata. Qui la frazione Pescara del Tronto è cancellata. Più di 130 morti alle undici di sera, più di 250 feriti. Non è chiaro il numero dei dispersi.

LA STRADA DELLE VACANZE

La vecchia strada Salaria tiene insieme tutto questo dolore. Devi percorrerla ai sessanta all’ora assieme ai mezzi di soccorso incolonnati come in guerra. E’ la statale numero 4 che collega Roma all’Adriatico, un versante all’altro. La strada che portava alle vacanze, ma adesso non più.

All’altezza di Rieti inizi ad accorgerti di quanti volontari stiano convergendo da ogni parte d’Italia. Ma è poco prima di Fonte del Campo, un piccolo paese sulla strada, che ti fanno segno di rallentare con le bandiere arancioni. L’asfalto ha ceduto senza crollare. La Salaria è fatta a gradini. Ma ha retto. Invece non funzionano i telefoni, è impossibile collegarsi ad internet. Le notizie sono imprecise. Tanto che i soccorritori chiedono di lasciare aperti i wifi a tutti i residenti. Ma come si fa senza elettricità? Puoi avere tutta la tecnologia del mondo ma stanno scavando ancora a mani nude. È un buon segno. È delicatezza. Cercano di non peggiorare lo sfacelo. Forse c’è ancora qualche speranza. Ma poi alle sette di sera la Salaria si riempie di mezzi pesanti. Sono camion che trasportano gru e pale meccaniche. «Sentivamo una voce chiamare, un uomo di mezz’età, ma ora non si sente più», dice un ragazzo che si chiama Marco Firmani. Era ad Ascoli a festeggiare con la famiglia la laurea appena conseguita in Biologia molecolare. Con quattro amici è partito alle sei del mattino per non sentirsi inutile. Ed è ancora qui: «Ti dico la verità, la situazione è disperata, non sentiamo più voci là sotto alle macerie. E’ una cosa molto triste». Vanno su con i cani molecolari adesso, addestrati a cercare tracce.

QUEI CORPI NEI SACCHI  

Si arrampicano su scale di legno mentre continuano le scosse, mettono piedi su macerie che rotolano a valle su altri soccorritori. Tornano indietro con due sacchi arancioni. «Due signori anziani», dice uno. «Marito e moglie» spiega l’altro. Poi arriva un altro morto in un sacco da ferito. Hanno tentato di fargli il massaggio cardiaco. Gli hanno girato un lenzuolo intorno al viso. Perché è il rispetto che si deve alla morte. Ora ci sono tre salme in fila sulla piccola strada in salita, accanto alla cagnetta di Barbara che invece è viva ma non si muove, irrigidita dalla paura. Portano via i morti sulle autoambulanze. Senti le grida di chi ha capito. Mentre i soccorritori continuano ad andare avanti indietro, senza smettere di arrampicarsi su questa geografia rovesciata. Case al contrario. Il letto di un bambino. Le zucchine dell’orto. Un bidet, una scarpa con il tacco, il giornale di Frate Pellegrino.

Questa è anche un’Italia fatta di parole che ormai sono diventate pezzi immarcescibili del nostro lessico famigliare, tramandati negli anni da generazioni: macerie, frane, sciacalli, tendopoli, incuria. Dopo il Friuli, dopo l’Irpinia, dopo l’Aquila e l’Emilia. Si arriva sempre a scoprire che questo Paese bellissimo è privo di manutenzione. È mezzo crollato l’ospedale di Amatrice, evacuato nel panico dopo la prima scossa, per il quale erano stati stanziati 2 milioni di euro per la messa in sicurezza. Ma il consolidamento non era ancora stato fatto. È un’Italia sempre piena di rimpianti.

IL SINDACO IN LACRIME  

Di sera la temperature scende a 10 gradi. Stanno montando tende ovunque lungo la Salaria. Nei parcheggi dei supermercati e negli spiazzi dei benzinai. Frane minacciano di crollare dai costoni della montagna. La terra continua a tremare. Ogni tanto una nuvola di polvere si stacca dalle rovine e sbuffa via. Stefano Petrucci, sindaco di Accumoli, all’ennesima intervista scoppia in lacrime: «Nove deceduti, altri due li stiamo tirando fuori adesso. È difficile immaginare un futuro qui. Questi sono paesi abitati da una popolazione ultra settantenne. I pochi giovani che avevano deciso di vivere con noi si sono visti crollare addosso tutti i loro sforzi. Ho paura che perderemo questa terra, le nostre radici. Ho paura di quando ve ne andrete e resteremo soli, con le tende e con l’inverno».

LE SALME SUL PIAZZALE

E’ la prima notte del terremoto del 24 agosto 2016. Le salme vengono allineate in un parcheggio su un piccolo pezzo di prato. Ognuno cerca di fare la sua parte. Ma è anche un modo per non mettersi a guardare tutto questo. Non esiste ancora un censimento della tragedia. Quante persone mancano all’appello? La protezione civile: «Non possiamo dare un numero che non abbiamo». Neanche i sindaci sanno rispondere. La notte è illuminata da gruppi elettrogeni. Montano pezzi di fognature. Senti il rumore dei generatori, mentre stanno facendo altri tentativi. Arriva dell’acqua, portano del pane. Una famiglia scappa via per tornare a Roma. Li vedi infilare quello che resta delle loro casa di vacanza nei sacchi dell’immondizia, prima di chiudere il bagagliaio.

FUOCHI NELLA NOTTE  

Ma a Pescara del Tronto i pochi scampati non se ne vogliono andare. Accendono fuochi davanti a quello che resta. Tutto è reso più difficile dalla pendenza. Ogni cosa rischia di crollare ulteriormente. Passa un soccorritore della protezione civile: «Ero anche all’Aquila nel 2009, ma qui è peggio». Non può essere questa l’ultima frase della notte più lunga. Dove è finito il bambino Leone? Dove sarà sua nonna? Perché sono sempre le stesse domande a farci piangere?

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*INVIATO A PESCARA DEL TRONTO

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