Interviste – Vivicentro https://vivicentro.it Tue, 13 May 2025 09:59:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.1 https://vivicentro.it/wp-content/uploads/2022/04/cropped-vivicentro_logo_gnews-1-60x60.png Interviste – Vivicentro https://vivicentro.it 32 32 122098584 Intervista ad Antonio Conza, agente del giovane Cirillo: le sue parole in ESCLUSIVA ai nostri microfoni https://vivicentro.it/juvestabia-news/intervista-ad-antonio-conza-agente-del-giovane-cirillo-le-sue-parole-in-esclusiva-ai-nostri-microfoni Mon, 12 May 2025 18:28:44 +0000 https://vivicentro.it/?p=639971 Antonio Conza, agente del giovane capitano della Juve Stabia Primavera, Cristian Cirillo, ha concesso un’intervista in esclusiva ai microfoni di ViviCentro. Tanti sono stati i temi trattati

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La stagione della Juve Stabia ha superato ampiamente qualsiasi aspettativa: le Vespe hanno raggiunto il traguardo storico dei playoff con varie giornate di anticipo rispetto al termine della stagione regolare di Serie B.  Per questo motivo, complici i tanti minuti e le fatiche fisiche accumulati dai vari giocatori della rosa di mister Pagliuca, nelle ultime gare si è potuto assistere a nuove presenze in distinta.Per essere più specifici, in occasione di Juve Stabia-Reggiana, gara dello scorso venerdì e terminata sul risultato di 1-2 per gli ospiti, tra i convocati del tecnico stabiese è comparso un nome del tutto inedito.Si tratta Cristian Cirillo, centrocampista classe ’06 della Primavera gialloblù.

Questa convocazione ha simboleggiato un traguardo importante per il ragazzo e per il suo agente, Antonio Conza, il quale ha rilasciato delle dichiarazioni in ESCLUSIVA ai microfoni di ViviCentro.  Di seguito riportate le sue parole.

INTERVISTA AD ANTONIO CONZA, AGENTE DI CIRILLO

Come presenteresti a 360° il profilo di Cirillo?

“Cristian è un 2006.Quest’anno è stato il capitano della Primavera della Juve Stabia, dove ha giocato già l’anno scorso da titolare tutte le partite.

L’annata attuale non è stata brillantissima rispetto all’anno scorso, ma lui ha fatto la sua parte: si è contraddistinto, tanto che il mister della prima squadra (Pagliuca, n.d.r.) spesso lo ha convocato per gli allenamenti e ultimamente è in pianta stabile con la prima squadra“.

Dal punto di vista delle caratteristiche fisiche e tecniche, come descriverebbe Cirillo?

“Lui è perlopiù una mezzala, centrocampista che può giocare sia a destra che a sinistra.  La sua caratteristica principale, secondo me, è l’agonismo e la caparbietà.

Ci mette costanza, grinta e tenacia. È un ragazzo che si impegna al massimo, si allena al massimo e ci tiene tantissimo alla maglia: ormai questo è il secondo anno che sta lì ed è il capitano della Primavera.  Cirillo è di Poggiomarino, a pochi chilometri di distanza da Castellammare”.

Al momento della convocazione per la gara con la Reggiana sei riuscito a sentire Cirillo?Che emozioni ti ha trasmesso?

“L’ho sentito sia prima della partita che pochi minuti fa: adesso è impegnato con gli allenamenti e ha appena finito.  Il ragazzo era emozionatissimo prima della partita con la Reggiana e lo è ancora oggi.

Si sente dentro il gruppo, so anche che tutto il gruppo lo tiene in considerazione, in particolare Gerbo: so che l’ha preso sotto la sua ala protettiva.  Cristian è contentissimo ed emozionatissimo”.

In qualità di suo agente, ti aspetti un esordio con la Juve Stabia nelle prossime partite?

“Sicuramente lo speriamo, lo spera anche il ragazzo.

So che il mister lo tiene molto in considerazione.  Magari la situazione di classifica adesso è abbastanza delineata, nel senso che la Juve Stabia farà sicuramente i playoff. Può darsi che con la Sampdoria potrebbe esserci magari qualche minutino per accontentare il ragazzo e premiare la sua costanza”.

In vista della prossima stagione sapresti dirci qualcosa sul proseguimento della sua avventura con la Juve Stabia?

“Sono in contatto con il direttore Lovisa: siamo in attesa di una chiamata per l’eventuale sottoscrizione del contratto.

Lo speriamo, il ragazzo lo spera e saremmo felicissimi di restare a Castellammare.  Non ha ancora un contratto professionistico, sarebbe il primo.

Sensazioni sul rinnovo? Sono fiducioso, credo di sì perché lo tengono molto in considerazione.  Poi, valutando anche la politica della società, come fatto anche l’anno scorso, alcuni ragazzi 2005 sono stati messi sotto contratto e magari mandati in prestito: la società punta sui giovani e credo che le possibilità siano ottime”.

Ringraziamenti alla società

“Il ragazzo, oltre a essere felicissimo di questo momento e di quel che sta vivendo, vuole ringraziare tutta la società Juve Stabia, in particolare la persona del direttore Lovisa, mister Pagliuca e tutto lo staff che ha creduto in lui.

Un grazie anche ai responsabili del settore giovanile Saby Mainolfi e Roberto Amodio“.Si ringrazia Antonio Conza (in foto) per l’intervista e per le parole rilasciate.

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Un magico libro o un libro magico: fantasia o realtà? La Medusa Immortale https://vivicentro.it/ultime-notizie/un-magico-libro-la-medusa-immortale Wed, 08 Nov 2023 10:34:39 +0000 https://vivicentro.it/?p=536453 La nostra intervista allo scrittore Sergio Ruggiero che ci parla del suo ultimo libro "La Medusa Immortale"

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La Medusa Immortale, edito da Delta 3 Edizioni, è il secondo romanzo di Sergio Ruggiero Perrino. Il giovane scrittore e giornalista, nativo di Angri, istruttore del Comune di Pompei, co- organizzatore di una rassegna letteraria alla quarta edizione, il Castello di Doria, narra una visione della vita futuristica o visionaria. Attraverso l’utilizzo dei social media anche la politica cittadina è condizionata attuando regole, norme e comportamenti del tutto anomali dei propri amministratori capaci di una metamorfosi anche dei cittadini.

Ambientato negli Stati Uniti, “La Medusa Immortale” è proiettato nel 2050. Qui, il senatore democratico James Aphra cerca un candidato per le elezioni presidenziali, cosa non semplice. Per la New Liberty Act, una legge social varata nel 2040, ogni cittadino è obbligato ad iscriversi ad un social network. Ciò che sembra una compartecipazione, in realtà è qualcosa di molto più profondo. Oltre a consigliarvi vivamente la lettura del romanzo, attualissimo ma con una antica nota ai valori e alle “ cose” di un tempo, vi aiutiamo a capire un po’ di più chi è Ruggiero Perrino che parla ai nostri microfoni di vivicentro.it.

Sergio, cosa l’ha spinta a scrivere un romanzo ambientato nel 2050?
“Alcuni anni fa lessi, all’Università degli studi di Salerno, uno dei libri più importanti del Cinquecento: “Utopia” di San Tommaso Moro. In quel testo il filosofo e teologo inglese espresse il suo sogno irrealizzabile di una società libera nella quale solo la cultura era il vero motore a regolare la vita degli uomini.

In questa società l’intera popolazione aveva pari dignità e lavoravano tutti. La felicità era concretamente raggiungibile da tutte le persone.

Nel periodo Rinascimentale e nei due secoli successivi era facile trovare saggi e romanzi utopici, in cui si narravano e si immaginavano le gesta degli abitanti delle società del futuro idilliache e gioiose.

Dalla fine dell’Ottocento e più in particolare nel Novecento e in queste prime decadi del 2000, invece, c’è una profusione di testi distopici. Ovvero un’utopia al negativo. Se l’utopia descrive un ipotetico mondo perfetto, la distopia, mettendo in guardia il lettore, denuncia un futuro scenario societario terrificante.

Anche il mio noir è una distopia: è ambientato in un futuro nemmeno così lontano, il 2050 appunto, in cui immagino cose e situazioni che in realtà sono già in gran parte presenti ora. Solo che nella fantasia di un romanzo, qual è il mio, sono accelerate, amplificate ed ingigantite.”

Senza naturalmente spoilerare il finale, può raccontarci la sinossi del suo romanzo?
“È ambientato in America nel 2050. Ho immaginato gli States in piena impasse politica. Il protagonista, il senatore democratico James Aphra, cerca un candidato “libero” per le elezioni presidenziali, dibattendosi tra molte difficoltà per trovare un uomo “al di sopra di ogni sospetto”. Ma nel 2050 la  Politica ha perso il suo primato ed il Potere è nelle mani dei CEO dei Social Network, che indirizzano la Politica nazionale ed internazionale, e imbastiscono vere e proprie campagne denigratorie e diffamatorie contro quei candidati non graditi ai Poteri forti.
I magnati della Rete, approfittando del profondo bisogno dell’uomo di socializzare, sono riusciti a far votare dal Congresso, qualche anno prima nel 2040, una legge (New Liberty Act), con la quale tutti i cittadini americani sono stati obbligati ad iscriversi ad una piattaforma social. Da allora tutti gli americani sono controllati, spiati e manipolati. Tra omicidi, piste deviate e tradimenti, la situazione della democrazia americana diventa quanto mai instabile.”

Se è vero che il fenomeno social e quello digitale stanno occupando grande spazio nella vita delle persone, perché è convinto che l’influsso negativo peggiorerà?
“Da giornalista guardo e commento i fatti: non sono né un cieco ottimista né tantomeno un luddista catastrofista. Occorre prenderne atto: l’Intelligenza Artificiale anche se è solo agli albori di una Rivoluzione ha già inciso nella Politica, nell’Economia, nelle relazioni sociali e culturali.”

Cosa abbiamo perso di vita reale e di sentimenti in questa vita digitale?
“Alcuni grandi economisti, come Keynes, già nel 1930 ipotizzavano che la tecnologia in futuro avrebbe eliminato tanti posti di lavoro. E per tale motivo preconizzava una settimana lavorativa di 15 ore di lavoro, adducendo che la tecnica avrebbe permesso tale settimana corta di lavoro. Il sociologo Domenico De Masi, morto pochi mesi fa, era un sostenitore dello smartworking e desiderava una società in cui ci fosse, grazie ad un saggio uso delle ITC, un ozio creativo. Ovvero questi grandi intellettuali ci hanno indicato la strada concreta di utilizzare al meglio la tecnologia. Purtroppo al momento tutto ciò non è avvenuto. E ciò che abbiamo perso (relazioni sociali autentiche) è sicuramente maggiore di ciò che abbiamo guadagnato. Come sostengono alcuni miei amici frati francescani, la “lebbra” più forte di questo inizio secolo è la solitudine.”

Quanto la spaventano le generazioni future? Crede che andranno a perdersi anche i pochi valori e tradizioni ancora in uso?
“La Speranza è una virtù teologale. Spero e sono profondamente convinto che le nuove generazioni (Zoomer e Alpha) sapranno attraversare e vincere le sfide moderne della complessità, quali la mancanza di lavoro causate dall’Intelligenza Artificiale, il dramma del cambiamento climatico, la crescente povertà in molte zone anche del progredito Occidente, i divari tra i paesi del Sud e del Nord (non solo in Italia), le tante guerre fratricide e criminogene che dilaniano la nostra Casa Comune. Ci credo fortemente. Dovremo essere anche noi adulti bravi a sostenere il cambiamento tanto auspicabile.”
Una medusa che si “appiccica” senza mai morire, cambiando totalmente il suo destino.

Cosa vorrebbe trasferire ai giovani?
“Gli insegnamenti che hanno dato le vecchie generazioni a noi adulti: custodire il proprio cammino religioso, sociale, affettivo e culturale. Impegnarsi con serietà nel proprio percorso di studi e mantenere sempre viva la curiosità.  Lottare per la pace e per la giustizia.”

Ha nuovi progetti editoriali?  
“Il 30 Novembre 2023 presenterò “La medusa immortale” ad Angri alle ore 19.00 presso la sala-teatro della Parrocchia di Santa Maria di Costantinopoli. Nel frattempo sto ultimando la stesura di alcune poesie. Il mio terzo libro sarà una silloge di liriche.”

Vi aspettiamo numerosi il 30 Novembre per ascoltare le parole di Sergio, per poi immergervi nella “ Medusa Immortale!”

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Santarpia e Pappalardo: Quando la Pizza diventa un’opportunità e la strada da seguire. https://vivicentro.it/ultime-notizie/santarpia-pappalardo-pizza-intervista Tue, 31 Oct 2023 17:05:11 +0000 https://vivicentro.it/?p=535528 Vi proponiamo l'intervista a due stabiesi che hanno fatto della pizza il loro lavoro e la loro passione

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E’ così che chi come Santarpia e Pappalardo insegue l’arte bianca (pizza n.d.a.) subisce un cambio di vita che te la stravolge, facendoti vedere un mondo da un’angolazione diversa, ti dà quell’opportunità e quel futuro che probabilmente, nata come una passione, diventa la tua ragione di vita.

Potrebbe iniziare cosi il racconto di vita vissuta di Giovanni Santarpia e Antonio Pappalardo, due stabiesi Doc che nel pieno della loro maturazione inseguono un sogno che seppur li porta lontano dalla loro terra natia, si spingono oltre la loro immaginazione, oltre il sognare, oltre il loro essere fieri di una terra come quella di Stabia e conquistano a suon di sacrifici e lavoro il meritato successo portando in alto il nome di Castellammare di Stabia.

Li abbiamo voluti sentire in una intervista doppia, e capire dalla loro viva voce la storia della loro passione e di quello che ad oggi è la loro vita lavorativa, fatta di tanta passione e dedizione per questa nobile arte bianca, la pizza.

Come e quando è nata la passione per l’arte bianca?

Santarpia PizzaSantarpia: Inizialmente era solamente per un’esigenza lavorativa, avendo lasciato scuola a soli 14 anni per via anche di una dislessia che mi portava ad una fatica nello studiare e seppur mi impegnavo i risultati non erano mai dei  migliori. E per questo motivo mi sono avvicinato poi ad una mia passione che era la pizza, fin da piccolo sono stato attratto da quest’arte tanto da iniziare dalla pizzeria sotto casa e per dare una risposta a mio padre che ovviamente lasciando la scuola si aspettava da me di imparare un mestiere. Tante anche le esperienze sul campo per approfondire sempre di più la conoscenza, ricordo di aver lavorato a Capri, in Calabria, Pescara, Bologna, fin poi in Toscana dove mi sono radicato.

Pappalardo PizzaPappalardo: Non ho un periodo esatto dell’inizio della mia passione per l’arte bianca, diciamo che è maturata man mano perché avevamo di famiglia un’attività di ristorazione-pizzeria. A diciotto anni appena diplomato iniziai a dedicarmi  totalmente all’attività di famiglia era il 2007, da quel momento entrai in sintonia con quello che poi in seguito diventerà il mio lavoro attuale che in ogni caso è diversissimo da quello che facevo prima nell’attività di famiglia.

Quando hai aperto il tuo primo locale?

Santarpia: L’apertura , nel 2006, e la scelta del mio primo locale è stata anche grazie all’interessamento di un mio fraterno amico, cha a San Donato in Poggio aveva individuato, e a me consigliato, un locale in affitto presso un antico palazzo della zona. E in quel posto è nato il mio primo locale, Palazzo Pretorio, locato in zona strategica verso Firenze e di conseguenza riuscii ad avere un buon movimento di clienti.

Pappalardo: La Cascina dei Sapori, era il 2007 quando nasce questo mio locale e in pratica dove io abitavo e abito tutt’ora a Rezzato in provincia di Brescia, e per questo che ho sempre definito abitazione luogo di lavoro. Dando un po’ la continuità alla tradizione di famiglia che anche all’epoca abitazione e luogo di lavoro in partica era la stessa cosa.

Se non avresti fatto il pizzaiolo cosa ti sarebbe piaciuto fare nella vita?

Santarpia: Ma di sicuro tutt’altro, pensa che avevo tentato anche nella Polizia di Stato, per un senso sempre di stare in mezzo alla gente e per strada. Insomma questa mia voglia di vivere a contatto con la gente ha sempre caratterizzato la mia indole fin da piccolo.

Pappalardo: Ah in realtà non saprei risponderti, non so, sono sempre stato attratto dalla ristorazione perché lavorandoci da piccolo ne sono stato invaso psicologicamente. Anche se a dirla tutta, avrei voluto inizialmente fare il pasticciere, infatti anche in quel campo ho qualche esperienza.

Santarpia e Pappalardo ci descrivete che sensazioni vi dona la pizza?

Santarpia: Sicuramente una sensazione di amore verso questo prodotto, ed è un crescendo in tal senso dalla scelta della farina, all’impasto vero e proprio, fino ad arrivare alla cottura e la degustazione e leggere negli occhi dei clienti la soddisfazione di mangiare un prodotto buono. Ovviamente tutto questo arriva anche ad un lavoro di gruppo e io fortunatamente sono circondato da ottimi collaboratori.

Pappalardo: Io ti dico sensazione di gioia, dal punto di vista estetico, perché una bella pizza ti viene voglia di mangiarla già con gli occhi e soprattutto sensazioni di golosità, unitamente a sensazioni di convivialità che solo la pizza può dare e può unire tante esigenze. Insomma la pizza crea aggregazione e spesso usata anche come scusa per ripianare e discutere situazioni. Per la serie….parliamone davanti ad una buona pizza.

Ci descrivete il menù che offri ai tuoi clienti?

Santarpia Pizza (2)Santarpia: Il mio lo definisco un menù semplice, allegro e colorato. Non è di certo di quattro o cinque pagine, io sono per l’essenziale perché poi tutto diventa veloce e istantaneo da preparare velocemente cambiando pure tranquillamente il piatto del giorno. Ovviamente poi non possono mancare tutto quello che è a contorno della pizza e mi riferisco a mozzarella in carrozza, crocchettoni ecc, quello che in ogni caso mi piace in assoluto creare in cucina anche con abbinamenti di prodotti sia Campani che Toscani, abbinando tradizione e sapori.

Pappalardo: Un menù dinamico quello che proponiamo, che cambia stagionalmente e che dà molta importanza all’aspetto del vegetale. Quindi tante verdure fresche di stagione, abbinati a prodotti bufalini che arrivano direttamente dalla Campania, olii extravergine e tutto quello che è di fresco e di prima qualità.

Vi sedete per ordinare una pizza, quale scelgono Santarpia e Pappalardo?

Santarpia: Sceglierei ad occhi chiusi quella con salsiccia e friarielli, non oso immaginare diversamente è obbligatoria la scelta. Forse perché è una pizza che mi ricorda l’infanzia ma in ogni caso la reputo la prima scelta, anche se ti dico che probabilmente nel giudicare la qualità del prodotto in una pizzeria prenderei la classica margherita, è da questo tipo di pizza che a volte scopri che qualità di prodotto usano.

Pappalardo: In assoluto senza temi di smentita ti dico Margherita,  sarà ai più forse una risposta scontata, ma la reputo la più gustosa con fior di latte, basilico e olio extravergine.

Riconoscimenti e premi per la vostra pizza: a quale Santarpia e Pappalardo sono più legati e orgogliosi di aver vinto?

Santarpia: Di sicuro alle prime recensioni o articoli più che altro, più precisamente  quelle di Sabino Berardino e Elena Farinelli, che diedero il via al successo dopo le loro recensioni e per questo sono molto legato. Poi via via altri riconoscimenti, ai 50 Top Pizza, i Tre spicchi Gambero Rosso, le dimostrazioni in tv, concorsi vinti fino alle affermazioni più importanti concorrendo con autorevoli colleghi di fama internazionale.

Pappalardo: In realtà non ne ho uno in particolare , ma di sicuro sono molto legato a chi ha scritto di me in tempi non sospetti, perché in un certo modo ha creduto in quello che facevo, di conseguenza non posso altro che ricordare quelli come riconoscimenti più importanti.

Se vi dico Castellammare di Stabia, cosa rispondete?

Santarpia: Beh, Castellammare di Stabia è la mia vita, mi ricorda l’infanzia, la famiglia, i miei divertimenti e i miei sbagli e ovviamente il mio inizio della vita lavorativa. E’ un pezzo della mia vita cresciuto in quella via Paride del Pozzo, in una città bella è unica per il mare e le montagne. Il mio sogno è rivederla come merita e cioè come una città turistica.

Pappalardo: Il primo ricordo alla zona di Villa Gabola dove abitava mia nonna e al Lungomare Garibaldi dove ho mia zia, vicino al mare praticamente in Villa Comunale, i ricordi più belli nel vedere il mare e sentire quel vento che ti avvolgeva. Un’altra cosa che mi  lega al ricordo della mia città è quando andavo a consumare la spiga cotta a vapore che compravo lato Acqua della Madonna e le pizzette di pasta cresciuta, una bontà.

Come immaginate il prossimo futuro e cosa avete in programma?

Santarpia: Io spero sempre in un futuro ricco di semplicità e allegro, l’importanza di circondarsi di belle persone e amici, come i miei collaboratori Simone, Emanuele, Riccardo un po’ tutti. Ho trovato i loro una seconda famiglia e perché no il sogno è quello di andare sempre migliorando semmai anche con nuove aperture.

Pappalardo: Ma un futuro di sicuramente in continua evoluzione, tieni presente che in questo campo quello che facciamo oggi probabilmente tra due o tre anni non è quello che facciamo oggi. Nel senso che la costante evoluzione dei prodotti da proporre saranno sempre figli del tempo e noi dobbiamo farci trovare pronti per soddisfare tutte le esigenze dei nostri clienti, ovviamente con l’aiuto di tutti i miei indispensabili collaboratori.

Santarpia e Pappalardo quale consiglio dareste ad un giovane che culla il sogno di fare della pizza il proprio mestiere?

Santarpia: La risposta è semplice, fallo con passione e impara bene il tuo mestiere. Devi capire bene quello che stai offrendo ai tuoi clienti, trasmettendo anche passione e amore per i prodotti che realizzi. Ovviamente bisogna essere determinati, impegnarsi in un progetto di crescita professionale con il chiaro obiettivo di cogliere nel tuo cliente quella soddisfazione nel sentirlo dire seduto ad un tuo tavolo, caspita che pizza ….complimenti.

PappalardoPappalardo: Il consiglio che mi sento di dare è quello di fare con cura il tuo mestiere, la figura del pizzaiolo negli anni è cambiata tantissimo, prima era un semplice stendere un impasto ed infornare, oggi c’è bisogno di conoscenza, approfondimento di tecniche e preparazione.

Fondamentale è anche e soprattutto, l’organizzazione di un servizio, tutte cose che comunque si basano sull’essere disponibili e predisposti a voler imparare.

Poi alla fine potrà anche non essere il lavoro definitivo, ma in ogni caso rimane una bella esperienza.

Ringraziamo Giovanni e Antonio per il tempo a noi dedicato e di averci raccontato le loro storie intrise di passione e stabiesità.

Auguriamo loro di avere sempre più successi nella vita e noi saremo sempre pronti a raccontarne le loro gesta fieri di avere due concittadini che portano in alto il nome di Castellammare di Stabia nel Mondo.

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Una vita da Social. L’iniziativa della Polizia di Stato per l’uso consapevole di internet https://vivicentro.it/ultime-notizie/una-vita-da-social-liniziativa-della-pp-per-uso-consapevole-di-internet Fri, 27 Oct 2023 12:06:29 +0000 https://vivicentro.it/?p=534753 “Una Vita da Social”, la Campagna educativa itinerante della Polizia di Stato, svolta in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, nell’ambito del Progetto “Generazioni Connesse”

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Una Vita da Social”, la Campagna educativa itinerante della Polizia di Stato, svolta in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, nell’ambito del Progetto “Generazioni Connesse”

di Maria D’Auria

Roma- Un Tir multimediale attrezzato, con varie postazioni informatiche, sta facendo tappa in diverse città italiane per sensibilizzare i giovani e far conoscere i rischi connessi ad un uso di Internet non adeguatamente consapevole e responsabile. Si tratta di “Una Vita da Social”, la Campagna educativa itinerante della Polizia di Stato svolta in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, nell’ambito del Progetto “Generazioni Connesse”.

vita da social 2L’iniziativa, partita da Forlì ed arrivata a Roma, è stata accolta da migliaia di scuole. Oltre 3 milioni di studenti, 247.000 genitori, 142.000 insegnanti per un totale di 21.000 Istituti scolastici, con oltre 600 città raggiunte sul territorio e 2 pagine Twitter e Facebook con 135.000 like e 12 milioni di utenti mensili sui temi della sicurezza online: questi i numeri della Campagna della Polizia Postale giunta all’XI edizione.

A Ladispoli, la Prof.ssa Rosa Torino, Referente per l’Educazione Civica all’Istituto Superiore Giuseppe Di Vittorio, sottolinea l’importanza di tale iniziativa. Crediamo fortemente nella media education perché la fruizione e la diffusione di Internet sono sempre più capillari. Si tratta di uno strumento che moltiplica senza dubbio le potenzialità di apprendimento, esponendo però i giovani a molti rischi, come dimostrano purtroppo i numerosissimi casi di cronaca.

Ringrazio dunque le colleghe Elisa Strisciullo, Francesca Acocella e Anna Lisa Sorce della Commissione per il contrasto al Cyberbullismo, e l’Assistente Capo Coordinatore Emiliano Farascioni della Polizia Postale che ci ha supportato nella partecipazione a questo importantissimo evento formativo”.

Fare in modo che il dilagante fenomeno del cyberbullismo e di tutte le varie forme di prevaricazione connesse ad un uso distorto delle tecnologie non faccia più vittime, prevenire episodi di violenza, vessazione, diffamazione, molestie online, attraverso un’opera di responsabilizzazione in merito all’uso della “parola”: questi gli obiettivi di “Una vita da social”, che prevede anche la realizzazione di un diario di bordo attraverso il quale, gli studenti partecipanti, potranno lanciare il loro personale messaggio positivo contro il cyberbullismo.

SITO SOCIALwww.facebook.com/unavitadasocial/

GALLERIA FOTO

vita da social 2

vita da social 5

(ph. Istituto Di Vittorio Ladispoli)

Vedi: Cyberbullismo-

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La Repubblica Italiana dal “Trattato di Pace” ad oggi (di A. Cataldi) https://vivicentro.it/ultime-notizie/la-repubblica-italiana-dal-trattato-di-pace-ad-oggi Thu, 31 Aug 2023 13:29:39 +0000 https://vivicentro.it/?p=529857 Il Prof. Antonio Cataldi esamina le dinamiche della Repubblica Italiana dal “Trattato di Pace” del 10 Febbraio 1947 fino ad oggi. Dinamiche di un Paese "atlantista".

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Antonio Cataldi, docente e storico, attraverso ricerche e approfonditi studi, che anticipano un saggio dedicato ai 77 anni della Repubblica, prova ad esaminare il profondo cambiamento dell’Italia dal Trattato di Pace del 1947 ad oggi, alla luce delle influenze geopolitiche

di Maria D’Auria

Roma- Com’è cambiata l’Italia dopo il Trattato di pace del 1947? Quali sono state le influenze geopolitiche fino ad oggi? Antonio Cataldi, docente e storico, attraverso ricerche e approfonditi studi -che anticipano un saggio dedicato ai 77 anni della Repubblica-, prova ad esaminare questo profondo cambiamento alla luce delle influenze geopolitiche.

Un’analisi attenta e doviziosa che apre ad interessanti spunti di riflessione sul tema.

La Storia. Il 10 Febbraio 1947 -data cruciale per la storia dell’Italia unita- l’Italia sottoscrisse a Parigi il “Trattato di Pace” impostole dai Paesi Alleati, vincitori della Seconda Guerra Mondiale, con una serie di condizioni che ebbero rilevanti conseguenze per l’Italia stessa che stava iniziando a prendere forma dalle ceneri della guerra.

Trattato di PaceLe pesanti condizioni punitive a cui l’Italia fu sottoposta, furono presto dimenticate dall’opinione pubblica: dalle più rilevanti mutilazioni territoriali dell’Istria-Dalmazia-Quarnaro a Est, alla perdita di Briga, Tenda, territori del Moncenisio, Monginevro, Tabor e Passo San Bernardo a Ovest; la perdita delle colonie africane e dei territori occupati in Europa; il ridimensionamento delle forze armate; l’imposizione di alcune aree territoriali demilitarizzate o a basso impatto di difesa militare (tutta la costa ligure, un territorio-cuscinetto dalla Valle d’Aosta alla Liguria interna); tutta la fascia costiera friulana e veneta; buona parte della Penisola Salentina, la Sardegna e la Sicilia; l’accettazione di una sistematica e reiterata operazione di “pulizia etnica” posta in atto dal regime comunista yugoslavo di Josip Broz detto Maresciallo Tito, finalizzata all’eliminazione fisica o alla cacciata degli italiani dai territori della Venezia Giulia (tra il 1943 e il 1945) e dai comuni di Capodistria, Pirano, Umago, Cittanova e Buie (abitati da 63 mila italiani, 60 mila dei quali abbandonarono le loro case, le loro terre, pur di restare italiani), ceduti con il Trattato di Osimo del 1975, alla Federazione Yugoslava.

Temi scomodi e generatori di disagio

I libri di Storia non parlano del Trattato di Pace del 1947 e delle conseguenze che ne scaturirono: per la gran parte degli italiani, l’evento non è percepito come un punto di svolta ineludibile per la comprensione delle dinamiche della rinascita italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale. E non a caso, le problematiche inerenti l’identità nazionale e il nuovo ruolo dell’Italia nello scenario internazionale (come ricorda Ernesto Galli della Loggia), sono tornati d’attualità solo dopo il 1989, cioè dopo la fine della “Guerra fredda”.

Il nuovo assetto identitario dello Stato con la nascita della Repubblica Italiana risultava alleggerito di alcune caratteristiche identitarie fondative della comunità nazionale che durante il fascismo avevano subìto pesanti manipolazioni e strumentalizzazioni.

Dal Trattato di Parigi l’Italia usciva non solo ridimensionata nel suo ruolo internazionale, ma le sue frontiere dovevano restare “completamente aperte, i suoi territori nazionali… strappati, le clausole economiche… gravissime” come ebbe ad osservare lo stesso Alcide De Gasperi nell’Agosto 1946 proprio a Parigi. Ne usciva infragilita pure la sua identità risorgimentale, quella cioè di un Paese dal grande passato storico e con un avvenire che non poteva essere meno grande, in teoria.

Di questo forte declassamento e ridimensionamento, le classi dirigenti italiane non ne ebbero immediata consapevolezza, come evidenziato dalla campagna elettorale del 1948 in cui i partiti politici tutti, chi più chi meno, rivendicavano la restituzione delle colonie, un obiettivo solo parzialmente e simbolicamente raggiunto nel caso della ex colonia africana della Somalia Italiana, che fu affidata in “amministrazione fiduciaria” all’Italia per dieci anni da parte delle Nazioni Unite.

Le “clausole segrete” stabilite dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna nella «Convenzione d’Armistizio» del 3 Settembre 1943, come pure le clausole segrete del «Trattato di Pace» di Parigi del 10 Febbraio 1947, furono prodromiche al delinearsi del “Patto Atlantico” il nuovo progetto strategico-militare che gli Stati Uniti stavano elaborando finalizzato a controllare l’Europa Occidentale, nella loro nuova condizione di Paese vincitore-egemone.

Stati Uniti e Gran Bretagna

In un primo momento gli Stati Uniti, e ancora di più la Gran Bretagna, pare volessero escludere l’Italia da un coinvolgimento diretto in questa Alleanza militare. Tuttavia alcuni dei diplomatici italiani più influenti dell’epoca, iniziarono un’azione convergente e sinergica sul governo di De Gasperi affinché decidesse di schierarsi a favore dell’ingresso dell’Italia in questa Alleanza, al fine di evitare un “declassamento” del Paese dal gruppo di Paesi “di testa”, cioè i Paesi occidentali vincitori della guerra.

L‘amministrazione americana era ben consapevole dell’importanza geopolitica-strategica dell’Italia come Paese al centro del Mediterraneo, e pertanto difficilmente eludibile in un progetto di controllo e dominio di almeno tutta l’area Occidentale europea quale si prefiggeva di essere il “Patto Atlantico”. Per le stesse ragioni però la Gran Bretagna era contraria all’ingresso dell’Italia, ritenendola da sempre un Paese debole e inaffidabile, da tenere sotto stretta osservazione.

Le resistenze britanniche, tuttavia, non poterono contrastare la crescente volontà statunitense di includere l’Italia. Così, il 27 Marzo al Senato ci fu l’approvazione in favore dell’adesione: su 308 senatori votanti, 188 furono i favorevoli, 112 furono i contrari e 8 gli astenuti. I contrari-astenuti in gran parte ritenevano che l’Italia dovesse stare fuori dallo schieramento bipolare strutturatosi alla fine della guerra, affinché potesse operare nel ruolo di ponte tra Ovest ed Est. Molti di loro però subirono forti pressioni affinché votassero a favore dell’adesione mentre Giuseppe Rapelli contestò la forte deriva “atlantista” del partito a trazione degasperiana, difendendo il desiderio di pace diffuso nel popolo italiano dopo gli anni devastanti della guerra, e per questo si adoperò per allargare il fronte neutralista. Superati i dibattiti parlamentari, si giunse alla cerimonia della firma del «Trattato NATO» a Washington, era il 4 Aprile 1949.

L’espansione militare

Una volta ottenuta l’annessione formale dell’Italia nel proprio progetto di difesa, gli Stati Uniti procedettero senza difficoltà alla realizzazione del loro programma di espansione militare nella Penisola attraverso accordi relativi alle singole installazioni militari che avrebbero aperto.

Tra i Paesi vincitori del conflitto, prevalse la volontà angloamericana su quella sovietica (che propendeva invece per accordi senza vincoli di carattere militare), mentre la nascente classe politica governativa italiana, acconsentì la presenza militare statunitense nel paese come “presidio stabile di difesa“.

Gli Stati Uniti riuscirono così ad avviare un programma di apertura di centri militari di vario tipo e dimensione un po’ ovunque in Italia, sebbene con alcune predilezioni territoriali come ad esempio nel Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Lazio, Puglia, Sicilia, Sardegna.

Gli accordi riguardanti l’installazione di basi o centri militari statunitensi e NATO in Italia hanno tuttavia sempre disatteso le procedure delle leggi vigenti, essendo stati stipulati sempre in forma segreta e solo eccezionalmente presentati al Parlamento, ma sempre a cose fatte. Secondo gli articoli 80 e 87 della Costituzione, l’autorizzazione di installazioni militari estere, non può avvenire per via di accordi con procedura semplificata, senza l’autorizzazione parlamentare; ecco quindi che si profila il carattere di incostituzionalità di tutti i numerosi accordi bilaterali stipulati tra Stati Uniti e Italia in questa materia. Inoltre, nessun accordo relativo all’istituzione delle tante basi militari americane e NATO sul suolo italiano è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, di conseguenza, tali violazioni, di fatto, rendono questi accordi illegittimi e incostituzionali.

“La prerogativa dell’America di non informare le autorità italiane e l’opprimente segretezza imposta su questi accordi da parte statunitense, emerge, purtroppo, in molte circostanze, come nel caso della tragedia del Cermis”. 

Il «Memorandum d’intesa USA Italia» fu reso pubblico solo in occasione della tragedia del Cermis, quando il 3 Febbraio 1998 un aereo militare statunitense proveniente dalla base dell’Aeronautica statunitense di Aviano, tranciò i fili della funivia del Cermis provocando la caduta di una cabina e la morte di 19 persone che ancora oggi, dopo 25 anni, attendono giustizia con i loro familiari, visto che i piloti responsabili sono stati condannati a pene ridicole e poi facilmente rimessi in libertà. Nonostante il suddetto accordo disponga che le strutture delle basi vengano poste sotto il controllo italiano, il comando di tutte le operazioni rimane saldamente nelle mani dei militari statunitensi, i quali in genere non informano affatto le autorità italiane.

“Ma come si è potuto attuare un simile programma di trasferimento di personale, armamenti e mezzi militari, soprattutto americani, sul territorio italiano?”

Di sicuro non si poteva prescindere da un consenso diffuso nella società italiana: dalla diffusa benevolenza della popolazione italiana nei confronti dei militari americani- presenti in Italia sin dal 1943 e spesso identificati come “liberatori” e distributori di aiuti alimentari e sanitari per una popolazione di almeno trenta milioni di italiani stremati e debilitati dalle vicissitudini belliche-, fino ai legami di “sangue”, di parentela con numerosi soldati statunitensi figli, nipoti o pronipoti di oriundi italiani trapiantatisi oltreoceano.

Genesi dell’occupazione

Sin dall’inizio dell’entrata in vigore del Patto Atlantico, le basi militari che si andavano aprendo nella penisola italiana e nelle isole, da Sigonella ad Augusta, da Gaeta alle basi di Vicenza, ufficialmente dovevano costituire dei centri a servizio delle strategie della NATO, ma contemporaneamente sarebbero state utilizzate senza alcun limite dalle forze armate statunitensi in virtù dei suddetti accordi bilaterali tra Stati Uniti e Italia, molto dettagliati. Su tutto, però, ha sempre prevalso la volontà politica di porre le relazioni tra Italia e Stati Uniti sul piano stabilito nel 1954, ovvero di mantenere all’oscuro la popolazione italiana del contenuto degli accordi segreti nonché della loro manifesta incostituzionalità. Come quando, nel 1959, il Presidente del Consiglio Antonio Segni nell’intento di diminuire la condizione di forte marginalità dell’Italia sul piano della diplomazia internazionale, concedeva agli Stati Uniti in forma di accordo bilaterale semplificato la possibilità di installare dei missili nucleari Jupiter in Puglia, dalla distruttività cento volte superiore a quella delle due bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki. Non solo si evitarono i passaggi parlamentari, ma lo stesso Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi ne venne a conoscenza solo a cose fatte. L‘accordo finì per generare forti tensioni con l’Unione Sovietica, che lamentava la forte dipendenza dell’Italia dagli Stati Uniti.

Con i missili installati in diverse località della Murgia barese, la Puglia rischiò di essere travolta da un’Apocalisse nucleare a causa di 4 fulmini che caddero su alcune delle installazioni danneggiandole, col rischio concreto di esplosioni nucleari accidentali. Un rischio che era noto agli scienziati statunitensi del Comitato Congiunto per l’Energia Nucleare (JCAE) che cercarono di mettere in guardia i vertici militari, ma questi rimasero impassibili alle loro avvisaglie e non introdussero nessuna misura di sicurezza. Alla fine del 1960, un gruppo del JCAE, arrivò in Italia per visionare le installazioni missilistiche e rimase molto colpito dalla trascuratezza dei sistemi di sicurezza in Puglia. L’allora Presidente Kennedy dispose un finanziamento di 23,3 milioni di dollari per la collocazione del sistema di sicurezza denominato PAL, finalizzato ad evitare esplosioni nucleari accidentali o non autorizzate. Di tutti questi rischi e del sopralluogo degli scienziati statunitensi nei siti pugliesi, non fu mai informato il Parlamento italiano e tanto meno le popolazioni pugliesi, e più in generale la popolazione italiana che restò del tutto ignara su questi eventi che pure li riguardava in prima persona.

Gli anni Ottanta

Negli anni Ottanta gli Stati Uniti decisero di spostare in Italia un centinaio di bombe atomiche nelle basi di Aviano e Ghedi, ponendo nuovi problemi di ordine giuridico oltre che politico: entrambi i Paesi sono firmatari del Trattato anti proliferazione nucleare, e l’Italia non può né produrre né ricevere “formalmente” ordigni nucleari sul proprio territorio.

Per cercare in qualche modo di “salvare la faccia”, gli Stati Uniti e l’Italia hanno elaborato un sistema di comando binario e parallelo, detto “della doppia chiave” secondo il quale, in caso di attacco nucleare, a rispondere con una testata atomica dovranno essere contemporaneamente i due comandanti, quello italiano e quello statunitense. Nella realtà però questa “divisione dei compiti” pare essere fittizia, o piuttosto finalizzata ad evitare polemiche e provocazioni politiche dal momento che la Costituzione italiana vieta l’azione bellica come strumento di soluzione dei conflitti.

Rispetto agli altri Paesi europei mediterranei occidentali come la Spagna, la Grecia e il Portogallo, l’Italia divenne così per gli Stati Uniti un interlocutore affidabile e di primaria importanza per l’attuazione della loro strategia di realizzazione di una rete di propri centri e basi stabili delle diverse forze militari ormai impiantati in Europa e in Italia. Con l’invasione militare statunitense del Vietnam e la relativa guerra ultra ventennale, il mito del soldato americano buono, portatore della grande civiltà americana, iniziò a scricchiolare.

Nel 1986, gli Stati Uniti governati da Ronald Reagan, decisero di bombardare la Libia senza consultarsi con i Paesi alleati, e in primis con l’Italia che era il primo partner commerciale del Paese nordafricano. Se si esclude il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, la guerra americana alla Libia costituì la crisi principale nei rapporti tra Italia e Stati Uniti sin dal dopoguerra. L’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi negò a Regan per ben due volte l’autorizzazione ad usare le basi americane in Italia e Sicilia per andare a bombardare la Libia.

Le spese militari

I governi italiani degli ultimi decenni hanno sempre ottemperato alle richieste americane di aumentare il proprio bilancio per le spese militari. Negli ultimi anni il governo di Mario Draghi, su precisa richiesta perentoria dell’Amministrazione Biden, ha impegnato lo Stato italiano a portare al 2% del PIL annuale le spese militari a partire dal 2024, ovvero oltre cento milioni di euro al giorno, circa 38 miliardi di euro ogni anno; impegno che è stato recentemente confermato anche dal governo Meloni.

Per quanto riguarda l’Italia, gli effetti economici dell’attività militare in un territorio specifico, è spesso sopravvalutata. Anzi, vi sono situazioni territoriali devastate da vari punti di vista proprio per la presenza di questi centri militari, altamente impattanti, come nel caso della Sardegna, tra i più eclatanti. È il caso del tristemente noto poligono di Quirra-Teulada, aperto nel 1956 e destinato alla sperimentazione di nuovi sistemi d’arma, spesso utilizzato dalle forze armate statunitensi o NATO, nonché da industrie di armi. A causa di un’elevata percentuale di casi di malattie tumorali al sistema emolinfatico soprattutto dal 2001, si è iniziato a parlare di una vera e propria “Sindrome di Quirra”, riscontrata non solo tra il personale impiegato nella base, ma anche tanto tra le popolazioni adiacenti il poligono. Nell’area del poligono di Quirra, sono stati esplosi circa 4200 missili contenenti Torio, di questi solo 19 sono stati recuperati. Dove sono gli altri? La Procura di Cagliari ha dovuto ammettere l’elevata presenza di questo materiale radioattivo in tutta la penisola che ospita il poligono, con effetti devastanti per nascituri e bestiame. In Germania, gli americani avevano costruito intere città come scenari adatti a simulare i diversi scenari di guerra, ed è probabile che anche in Italia si vada verso questa scelta, specialmente nel territorio tra Vicenza e Aviano, dove era stata individuata la città fantasma di Longare, a sud di Vicenza.

Il nuovo concetto strategico

Da alleanza che impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, la NATO viene trasformata in alleanza che prevede l’aggressione militare in scenari sempre più ampi e non attinenti a quelli dei suoi Paesi membri. La nuova strategia è stata messa in atto con le guerre in Jugoslavia (1994-1995 e 1999), in Afghanistan (2001-2015), in Libia (2011) e le azioni di destabilizzazione in Ucraina, in alleanza con forze fasciste locali, ed in Siria.

Il Nuovo concetto strategico viola i principi della Carta delle Nazioni Unite. Uscendo dalla NATO, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola la Costituzione, in particolare l’articolo 11, e danneggia i reali interessi nazionali. L’appartenenza alla Nato priva la Repubblica italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali. La più alta carica militare della NATO, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati Uniti. E anche gli altri comandi chiave della Nato sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La NATO è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati Uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici.

La sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti è esemplificata dalla rete di basi militari Usa/Nato sul nostro territorio che ha trasformato il nostro paese in una mega fortezza militare statunitense nel Mediterraneo. Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.

Attualmente ci sarebbero oltre cento basi militari straniere sul suolo italiano, secondo stime recenti sarebbero almeno 173, ma non è semplice stabilirne il numero esatto dal momento che pare sussistere una volontà istituzionale tesa a sminuire quando non a negare la precisa entità di queste strutture. Ampliamenti, modifiche di infrastrutture collegate alle basi non di rado sono approvate all’interno di progetti dichiarati di “pubblica utilità, così da dissimularne la divulgazione e prevenire eventuali proteste, come ad esempio nel caso dell’Emilia Romagna dove l’ARPAE approvava, nel 2019, un progetto per la realizzazione di un nuovo tronco sotterraneo della dorsale MT 15 KV TORNADO che avrebbe consentito alla NATO (radar di Poggio Renatico) di ottenere l’aumento di potenza richiesto; l’opera sarebbe stata in cavo cordato ad elica sotterraneo per una lunghezza di 1,5 km. E ciò nonostante in questo territorio, almeno dagli anni inizi degli anni Duemila, furono rilevati casi di tumori infantili al cervello, statisticamente anomali.

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