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Bersani ribadisce il no al Referendum e spiega le sue ragioni

Pierluigi Bersani, ex segretario del partito democratico (ansa)
Pierluigi Bersani, ex segretario del partito democratico (ansa)

Pierluigi Bersani ci spiega in un’intervista le ragioni del suo “No” al referendum del 4 dicembre e attacca il combinato disposto di legge elettorale e riforma costituzionale.

Bersani: il premier sia più umile e la smetta di paragonarsi a Prodi

“Sì, ero per il doppio turno, ma di collegio, che è del tutto diverso. Se voto No non mi dimetto. Col sì elezioni più vicine, e poi non venitemi a chiamare”

ROMA – In mattinata, l’aveva detta così: «Solo se la Pinotti schiera l’esercito mi si potrà far fuori dal mio partito. Quella è casa mia». Pierluigi Bersani è l’uomo più ricercato del giorno e ha voglia di rispondere a chi parla di scissioni imminenti. Nel pomeriggio l’ex segretario dem riceve il vignettista Sergio Staino, neo-direttore dell’Unità, che mesi fa disse a quelli della minoranza Pd che con Togliatti sarebbero finiti in Siberia.

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Perché non è intervenuto in direzione?  

«Bastavano Gianni Cuperlo e Roberto Speranza a dire le cose come stanno».

La commissione Pd sulla legge elettorale è un’apertura concreta di Renzi, o no? 

«(Sorride) Una commissione non si nega a nessuno. Io ho detto a Guerini che noi della minoranza ne faremo parte solo per rispetto a lui».

Cuperlo ha detto che se voterà no si dimetterà da deputato. Lo farà anche lei?  

«Quello di Cuperlo è un gesto generoso, ma non è una linea politica. E poi: qualcuno dovrà pur rimanere a testimoniare per il No».

Accetterebbe un confronto tv con Renzi?  

«Credo non lo farebbe lui. Io, comunque, non faccio il portavoce del fronte del No».

Come spiegherà agli elettori il No a un riforma che aveva votato in Parlamento?  

«Spiegherò che c’è un problema di democrazia, come dicevo già un anno fa. Oggi tutti parlano del pericolo proveniente dal combinato disposto Italicum-riforma costituzionale. Quando lo sostenevo io, eravamo in pochi. Per quel motivo si è dimesso un capogruppo, Speranza, e io per la prima volta in vita mia non ho votato la fiducia al mio partito».

Renzi dice che eravate voi i sostenitori del doppio turno…  

«Il doppio turno di collegio, che è ben altra cosa. Lui parla tanto della legge dei sindaci… ma il sindaco è l’amministratore di un grande condominio che è il comune, non fa leggi, non stampa moneta».

Scenari sul dopo referendum. Se vince il No?  

«Non si andrà al voto subito perché bisognerà prima fare una legge elettorale».

Se vince il Sì?  

«Può essere che si vada a votare. Ma può benissimo succedere che il Pd perda, e vinca qualcun altro. A quel punto però, non mi venissero a cercare, eh…»

Qual è il pericolo, scusi?  

«Visto cosa sta succedendo in Europa, e nel mondo? Io ho l’orecchio a terra, sento il magma che si muove sotto. E poi non pensiamo che la destra nel Paese non ci sia…»

Con l’Italicum si conosce subito il vincitore: non è un bene?  

«Possiamo anche saperlo nel pomeriggio, se è per questo. Andiamo da Giletti, estraiamo a sorte una persona e gli diamo il cento per cento. Dai, non scherziamo… Se insisti a semplificare, alla fine trovi qualcuno che semplifica più di te. Anche un rappresentante della nouvelle vague del socialismo francese come Macron ha detto che se c’è la febbre non puoi rompere il termometro».

Smentisce la scissione, anche per il futuro?  

«Sembra di assistere al referendum tra repubblica e monarchia. Anche allora, dentro la Dc votarono diversamente, ma il giorno dopo erano tutti democristiani allo stesso modo. Come avvenne nel Pci con l’aborto: mica tutti votarono a favore».

Il clima così è da congresso permanente, però.  

«Il congresso sarà importante se separeremo i ruoli di segretario e premier. E non lo dico perché voglio far fuori Renzi. Sarebbe un gesto di generosità per riaggregare il centrosinistra, aprirlo al civismo, alle associazioni. Dobbiamo uscire dalla logica del faccio tutto io e guardare fuori per vedere cosa c’è intorno a noi».

Renzi si è augurato di non passare i prossimi 30 anni a chiedersi chi ha ucciso il Pd, come avete fatto con l’Ulivo.  

«Gli consiglio più umiltà: non si paragoni a Prodi, già questo segnala una perdita di dimensioni, sia dal punto di vista delle personalità che ne facevano parte – c’era gente come Ciampi – che da quello della spinta riformista. Potrei parlare per ore delle riforme che abbiamo fatto. Era un governo dove ci davamo del lei e non facevamo una legge di Bilancio in dieci minuti per andare al Tg. Ripetono di guardare al futuro? Cominciamo a non lasciare troppi debiti».

È contrario a più flessibilità?  

«Sono favorevole: ma una famiglia si indebita per investire, non per regalare bonus».

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