Editoriali

Se s’impone la politica della paura GIANNI RIOTTA *

Gianni Riotta
Gianni Riotta
Politica della paura. Donald Trump potrebbe oggi fare un passo decisivo alle primarie repubblicane verso la Casa Bianca, mentre il socialista Sanders, dapprima ignorato anche dai migliori esperti come Nate Silver, darà filo da torcere a Hillary.

Politica della paura. In Germania la destra anti emigranti di Alternative für Deutschland mette alle corde la Merkel: gli esperti minimizzano dicendo che neppure dove Afd va più forte, Sassonia-Anhalt con il 24%, raggiunge la forza di altri schieramenti populisti, Trump negli Usa, la Le Pen in Francia.

Vero, ma le sottigliezze da seminario di alti studi internazionali non colgono la foga che anima le democrazie occidentali in questa vigilia di primavera, mentre il terrorismo squassa Turchia e Africa, Mario Draghi fatica a riaccendere il motore ingolfato dell’economia e la paura si impossessa di milioni di cittadini. Paura degli emigranti che «rubano lavoro», di posti di lavoro in fabbrica e in ufficio sostituiti da un software, di valori democratici che il mondo non solo non sogna più, come i dissidenti sovietici nei gulag della Guerra Fredda, ma disprezza stimandoli deboli e ammira invece la grinta di Putin – che annuncia, fiero e astuto, il «Missione Compiuta!» nella Siria devastata. La lunga intervista di fine mandato che il presidente Obama ha concesso al periodico «The Atlantic» conferma quanto grave sia l’anemia democratica. Di fronte ai suoi fallimenti Obama denuncia i leader alleati, dal britannico Cameron al francese Sarkozy, dimenticando che gli Stati Uniti dovrebbero guidare, non seguire di malavoglia, l’Occidente. Se i leader democratici sono stanchi, rassegnati, incerti, vanitosi e un po’ petulanti, come impedire a Trump e Le Pen da destra, Sanders e il leader laburista inglese Corbyn da sinistra, di illudere i cittadini con piani fiscali impossibili, politiche protezionistiche che non durerebbero una settimana, muso duro da una parte, pacifismo da ballate di Lennon dall’altra, inutili contro Isis, terrorismo e ambizioni geopolitiche di Mosca e Pechino?

C’è un recente saggio di economia del professor Robert Gordon che condensa le ansie del ceto medio e dei lavoratori perduti nella globalizzazione, «The rise and fall of American growth», (Ascesa e declino della crescita americana). Gordon calcola che, dopo un boom durato un secolo, crescita e produttività sono calate di netto dai tempi di Kennedy, rock and roll e American Graffiti. Dopo la crisi 2008 e la frenata dello sviluppo, il salario medio americano è di 50.600 dollari l’anno (stessa cifra, più o meno, in euro). Ma se gli americani che hanno oggi 30 anni avessero visto le buste paga crescere come i nonni che hanno ballato con Elvis Presley e i padri fan di Michael Jackson, dovrebbero avere per stipendio annuo quasi il doppio, $97.300. La corsa di Trump&Sanders, gemelli nemici, e dei loro emuli europei, la crescente diffidenza per i moderati, da Hillary Clinton ad Angela Merkel, è tutta qui. Un salario dimezzato è una speranza cancellata, vacanze, casa propria, laurea per i figli, pensione e sanità sicure. All’incertezza economica si accompagna il nichilismo di un mondo dove i regimi senza democrazia sembrano riscuotere più rispetto di Obama, Merkel, Cameron.

C’è oggi paura in America, come in Europa. Si teme violenza nei comizi delle primarie, in un Paese dove John e Bob Kennedy e il reverendo King sono stati uccisi, il governatore Wallace e Reagan feriti in attentati, ma questo umore livido non si nutre solo di intolleranza populista, è sostenuto anche dall’impotenza pavida dei leader moderati. Trump alla Casa Bianca, la Le Pen all’Eliseo, un cancelliere AfD a Berlino, non muteranno la dinamica del XXI secolo, i salari dimezzati tali resterebbero. Servirebbe perciò, in fretta, un piano – perfino il «Financial Times» parla ora di forme di «salario sociale» per chi non ha lavoro – per eliminare la folla crescente di esclusi ed arrabbiati. Abbiamo invece, diffusi, inerzia e rassegnazione, sentimenti contro cui ieri, con forza, ha voluto parlare il presidente Sergio Mattarella, rompendo il riserbo tradizionale e chiamando i leader eletti a non farsi prendere ostaggio dal populismo di «minoranze» guidando, con visione strategica, i loro Paesi. Mattarella ha ragione, e il tempo, in America e in Europa, stringe. Se non si reagisce alla primavera di tensione, l’autunno sarà di paura.

 

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