Editoriali

Le Procure e la guerra dei vent’anni M. SORGI

Le Procure e la guerra dei vent’anni MARCELLO SORGI

PROCURE  Tra caso Regeni e crisi diplomatica con l’Egitto, riforme istituzionali al passaggio finale alla Camera, trattative con Bruxelles sul Def (documento di programmazione economica) e referendum sulle trivelle domenica prossima, si apre oggi per Renzi una settimana molto dura, dopo quelle in cui il governo s’è trovato tutto insieme alle prese con il caso Guidi e l’inchiesta sul piano petrolifero della Basilicata.

Una singolare coincidenza ha voluto che l’elezione del nuovo vertice dell’Anm, sindacato dei magistrati, coincidesse con lo scontro più aspro tra Renzi e le toghe.

Per aver criticato il modo di agire dei pm di Potenza, la somministrazione a rate di verbali di intercettazioni riguardanti, prima una ministra, poi un’altra e un altro ancora, per aver chiesto che il lavoro delle indagini si svolga con le necessarie cautele, senza mettere in discussione programmi e obiettivi del governo, Renzi è stato accusato di aver attaccato la magistratura né più né meno come faceva Berlusconi. E il nuovo presidente dell’Anm Pier Camillo Davigo, nome-simbolo, già componente dello storico pool di Mani Pulite, appena eletto, ha messo le mani avanti rispetto all’eventualità che l’esecutivo voglia ridare impulso alla riforma delle intercettazioni, attualmente bloccata al Senato.

Quella tra politica e magistratura, si sa, è una guerra che si trascina da più di un ventennio: da quando, appunto, fu svelata, proprio dal gruppo di magistrati di Milano, guidati dal procuratore Saverio Borrelli, di cui facevano parte Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e lo stesso Davigo, la rete di corruzione avviluppatasi attorno alla Prima Repubblica, e che ne determinò la caduta. A oggi, un giudizio storico condiviso su quell’esperienza non è stato raggiunto: perché se fu giusto perseguire le trame affaristiche che arrivavano ai vertici dei partiti e dello Stato, i metodi con cui l’obiettivo fu raggiunto e gli scivolamenti, in alcuni casi, nel fare di tutta l’erba un fascio, in seguito hanno dato luogo a numerose critiche e a frequenti interrogativi rimasti aperti. Inoltre la corruzione, in Italia, non s’è certo fermata, ed anzi in un certo senso è peggiorata, talvolta perfino a discapito della politica. Una riforma complessiva della giustizia è stata tentata e mai realizzata lungo questi oltre vent’anni, in tutte le legislature dal ’94 a oggi. La resistenza dei giudici fuori e dentro il Parlamento, quella di politici che a destra e a sinistra hanno trovato conveniente fiancheggiare il giustizialismo, e, da ultima, l’ondata populista che mira a dimostrare la pretesa che la politica sia di per sé corrotta, ne hanno impedito fin qui un serio e sereno esame. In quest’ambito, è evidente, assimilare Renzi a Berlusconi serve a chiudere ogni discorso in materia prima ancora che possa essere riaperto. Sebbene sia fuor di dubbio che esista una differenza tra i due.

Berlusconi infatti protestava contro i giudici che lo perseguivano per le sue attività di imprenditore, precedenti alla sua discesa in politica. Lo faceva, spesso, esagerando e forzando la mano, come quando faceva approvare in Parlamento le cosiddette «leggi ad personam», scritte dai suoi avvocati per bloccare i processi a suo carico. Ma talvolta, occorre riconoscerlo, aveva ragione, considerando le non poche volte in cui le accuse contro di lui sono cadute.

Renzi invece ha sollevato un’altra questione, che non lo riguarda direttamente e concerne più in generale il rapporto tra politica e giustizia. Per inciso, sulle questioni personali o familiari, sue o di suoi ministri, chiede che si faccia presto a emettere i giudizi, e chi ha sbagliato paghi. Per il resto, vuol sapere dai magistrati se siano in grado di garantire che la giustizia faccia il suo corso, senza bloccare o paralizzare l’azione del governo: come sta succedendo in Basilicata e come ha rischiato di accadere in molte altre circostanze in cui le opere pubbliche hanno dato spunto a inchieste anti-corruzione, cominciate con arresti e diffusione di intercettazioni, e sfociate in interruzioni dei lavori, quando non alla rinuncia ai progetti.

Va detto – e Renzi sa di doverne tener conto – che gli esempi del Mose di Venezia o degli inizi dell’Expo di Milano, per citare due esempi recenti, hanno dato ragione alle procure e hanno visto cadere anche teste importanti, senza distinzione, destra o sinistra, di provenienza politica. Ma l’equazione «appalti uguale corruzione» porterebbe il Paese a una sorta di paralisi che non può più permettersi: su questo, Renzi vorrebbe un segnale dalle Procure. E al di là di qualche passaggio sgradevole che il premier s’è lasciato scappare, la sua posizione verso la magistratura, al contrario di quella dell’ex Cavaliere, ha l’ambizione di essere dialogante. Non avrebbe creato un Autorità nazionale anticorruzione, affidandola a un ex magistrato come Cantone, se non fosse consapevole che la corruzione in Italia ha raggiunto il livello di guardia. Non avrebbe nominato Guardasigilli un ministro cauto come Orlando, se non fosse convinto che la riforma della giustizia dev’essere realizzata anche a prezzo di compromessi con i giudici.

Quel che serve capire, adesso, è se la magistratura ha le stesse intenzioni, o ancora una volta sceglierà di resistere alla volontà riformatrice del governo, chiudendosi al confronto e alzando il fuoco di fila delle inchieste e delle intercettazioni. La scelta di un magistrato prestigioso come Davigo farebbe propendere per la prima ipotesi. Le sue prime dichiarazioni, minimaliste e contrarie a seri cambiamenti in materia di intercettazioni (che peraltro Renzi non vuole, puntando solo a un’autoregolamentazione dei pm), qualche dubbio lo lasciano. Ma sono soprattutto le modalità della sua elezione alla guida dell’Anm a spingere verso il pessimismo. Quale sindacato in Italia eleggerebbe un leader carismatico per un solo anno, facendogli in pratica firmare la lettera di dimissioni prima di insediarsi? Cosa potrà fare l’ottimo Davigo nei dodici mesi in cui potrà appena prendere confidenza con il suo nuovo ruolo? Come potrà accettare, sempre Davigo, eletto a furor di toghe sull’onda della rivolta contro le correnti della magistratura, di esser governato e giubilato in così poco tempo da quelle stesse correnti? Sono queste domande, a cui è difficile trovar risposta, a far temere che la lunga guerra tra politica e giustizia non sia affatto finita. E difficilmente possa trovar pace nel confronto, tutto da costruire, tra Renzi e Il nuovo presidente dell’Anm.

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