Editoriali

La strada dritta per una scelta obbligata

La scelta compiuta ieri da Federica Guidi FEDERICO GEREMICCA

Le dimissioni della ministra dimissionaria per lo Sviluppo economico Federica Guidi

Anche in politica, a volte, esistono vie dritte: decisioni che vanno al cuore del problema, evitando sotterfugi, dilazioni e improbabili arrampicate sugli specchi. La scelta compiuta ieri da Federica Guidi, ministra dimissionaria per lo Sviluppo economico, è una di queste.

Sorpresa a premere per l’approvazione di un emendamento alla legge di stabilità che avrebbe economicamente favorito il suo compagno (circostanza sulla quale indaga la magistratura) Federica Guidi ha impiegato poche ore per assumere la decisione migliore.

Non era scontato, perché non è sempre andata così: ed è dunque giusto dar atto all’ormai ex ministra di una scelta certo inevitabile e doverosa, ma né facile né indolore.

Saranno i giudici a dire se l’approvazione dell’emendamento che ha dato il via libera al progetto «Tempa Rossa» (nuovo impianto di estrazione petrolifera in Basilicata) ha fruttato al suo compagno – Gianluca Gemelli – lavori in subappalto per un importo di due milioni e mezzo di euro. Quel che è certo, invece, è che le intercettazioni a disposizione della magistratura rivelano da sole – a sufficienza e in maniera inequivoca – un comportamento da parte della ministra Guidi incompatibile con la permanenza nel ruolo alla quale era stata chiamata due anni fa da Matteo Renzi.

E’ possibile, naturalmente, che la decisione delle dimissioni – maturata dall’ex ministra e condivisa dal Presidente del Consiglio – sia stata assunta per placare la bufera che ha immediatamente investito il governo, ed evitare guai peggiori. E’ possibile: ma questo nulla toglie al valore della scelta compiuta. Soprattutto in considerazione del fatto che in passato – un passato anche recente – non è sempre andata così.

La cronaca politica di questa legislatura – e non solo di questa – non è infatti avara di decisioni di segno diverso: ministri nella bufera per giorni e giorni prima di compiere una scelta (o alla fine rifiutando addirittura di compierla) inevitabile sia politicamente sia agli occhi dei cittadini. E’ inutile star qui ad elencare casi – da Maurizio Lupi a Nunzia De Girolamo, dalla Cancellieri a Josefa Idem – che dimostrano quanto questo sia vero. La novità, nei tempi e nei modi, è evidente: e non è inopportuno segnalarla.

Il caso, naturalmente, non è chiuso. Certamente non lo è giudiziariamente: almeno fin quando non sarà accertato dalla magistratura – e sancito con una sentenza – il fatto che il compagno di Federica Guidi abbia tratto un beneficio economico dall’intervento (questo invece già sicuro) dell’ex ministro. E ancor più certamente, il caso non è chiuso politicamente.

Del resto, a due settimane dal «referendum sulle trivelle» e ad un paio di mesi da elezioni amministrative importanti come mai, non è immaginabile che le opposizioni al governo abbassino i toni solo perché le richieste dimissioni della ministra Guidi sono affettivamente arrivate.

Giunta la notizia del suo abbandono, infatti, si è cominciato a chiedere a gran voce chiarimenti parlamentari, altre dimissioni (quella della ministra Boschi, per esempio, chiamata in causa nelle intercettazioni dalla Guidi in qualità di «controllore» degli emendamenti da accogliere o respingere) e perfino quelle dell’intero governo.

È un copione noto, che fa parte – da sempre – di una legittima polemica politica: assai depotenziata, stavolta, dalla decisione assunta dal tandem Renzi-Guidi. Mai come in questo caso, insomma, resistere-resistere-resistere, sarebbe stato un errore: ed è un bene che il presidente del Consiglio e la ministra dimissionaria lo abbiano capito per tempo.

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