Editoriali

Fondo salva-stati

La strada del fondo salva-stati ALBERTO MINGARDI

Ormai si discute solo del come, non del cosa. Il governatore della Banca d’Italia ha detto all’assemblea dell’Abi di «non escludere un intervento pubblico» per salvare il Monte dei Paschi di Siena. E’ un segreto di pulcinella: sappiamo tutti che l’intervento arriverà, non sappiamo ancora in che forma. Che la Banca d’Italia, per anni ritenuta a torto o a ragione l’istituzione più affidabile del Paese, non lo escluda ma non ne disegni i contorni, serve solo a dare corda alle scommesse degli speculatori.

Il governo avrebbe davanti a sé una strada chiara: ricorrere all’Esm, al fondo salva-Stati, come ha fatto la Spagna nel 2012. Grazie al sostegno dell’Esm, gli spagnoli riuscirono ad organizzare un fondo per ricapitalizzare gli istituti di credito.

Ci siamo molto lamentati di aver dato un ingente contributo al meccanismo di stabilità. In realtà, non stavamo soltanto partecipando a realizzare una forma di «solidarietà europea». Abbiamo sottoscritto una polizza assicurativa. Perché oggi non vogliamo utilizzarla?

Perché entrare nel programma d’assistenza significa verosimilmente accettare, in cambio, un più stringente controllo sulle nostre politiche di bilancio, limitando il potere discrezionale di chi governa. Si capisce che questa «condizionalità» sia sgradita ai politici, che perdono margini di manovra e che vengono in qualche misura commissariati. Ma è significativo che oggi in Italia l’ipotesi di ricorrere all’Esm è l’unica di cui neppure si parla, mentre volentieri ragioniamo su come aggirare le regole europee, speriamo in una deroga alla nuova disciplina bancaria (evitando il bail in che, anche nel caso delle quattro banche, il nostro governo non è stato in grado di gestire), e siamo pronti a ribattezzare un qualsiasi intervento concertato nelle stanze di qualche ministero «operazione di mercato».

Il sistema bancario italiano si è rivelato molto più fragile di quanto evidentemente non pensassero le stesse autorità di vigilanza. Le banche erogano la benzina dell’economia di mercato, che è il credito. Proprio perché la loro funzione è tanto cruciale, solo l’«ideologia» porta a rifiutare un intervento pubblico nel momento del bisogno?

Non possiamo dimenticarci che l’Italia non è la Svezia, dove nel 1992 lo Stato estese la garanzia statale a tutti gli istituti di credito, né gli Stati Uniti, dove con la crisi finanziaria il governo federale ha investito massicciamente negli asset «avariati» del sistema bancario e ne è poi uscito persino guadagnandoci.

Le nostre istituzioni sono meno solide, la nostra cultura politica è diversa. Il «convalescenziario» dell’Iri, come lo chiamava lo stesso Mussolini, apre i battenti in risposta alla crisi del ’29 ma ci vogliono sessant’anni perché venga chiuso e le banche Iri vengano privatizzate. Per cinquant’anni servirono al sistema dei partiti per costruire e mantenere il proprio presidio sull’economia italiana, con le conseguenze che si rivelarono a tutti ai tempi di Mani pulite. Il nostro ceto politico tutt’ora si lamenta di non riuscire a fare «politica industriale»: cioè di non poter influenzare la gara di mercato, accompagnando gli attori economici a investire nel settore A piuttosto che nel settore B. Questo è ovviamente molto più facile quando si controlla il credito. I nostri politici lo sanno benissimo: tant’è che per anni hanno mantenuto un rapporto strettissimo con le banche popolari e non hanno mai rinunciato a influenzare i processi di nomina delle fondazioni di origine bancaria rimaste azioniste degli istituti di credito.

La politica dovrebbe interpretare l’interesse generale, ma non sempre l’interesse generale e quello della classe politica vanno assieme. In questo caso divergono. All’Italia male non farebbe una «condizionalità» che ci costringa a tenere i conti in ordine, come inevitabile contrappasso della ricapitalizzazione delle banche con fondi europei: soprattutto in un momento di incertezza politica. La classe politica preferisce tenere per sé la libertà di giocare con la finanza pubblica (ogni anno, continuiamo non a caso a rimandare il pareggio di bilancio) e carezza il sogno di conquistare, nella crisi, un ulteriore strumento per condizionare l’economia. Pantalone paga e pagherà.

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