Editoriali

Fermiamo chi sfascia l’Unione

Gli antichi Greci interrompevano le guerre per le Olimpiadi. Oggi, dietro la facciata di normalità serale degli Europei, la Francia è sotto un doppio assalto: dell’incoscienza sindacale che rigetta qualsiasi tentativo di riformare un sistema del lavoro sclerotico; del virus terrorista insinuatosi nella società. Garantire la sicurezza degli stadi e del pubblico, compresa la violenza gratuita degli hooligans inglesi e russi, è impresa di non poco conto. Prevenire il terrorismo «fai da te» di Larossi Abballa è impossibile.

La differenza fra Magnaville e Orlando è nei numeri e nei mezzi (le armi da guerra non sono liberamente in vendita in Europa). Stessa genesi, stessa strategia volta a seminare paura e insicurezza nel pubblico, a fare proseliti e ispirare emulatori. Isis si è subito appropriato di entrambi gli attacchi: non è pianificazione o addestramento, è efficace propaganda. Omar Seddique Mateen e Larossi Abballa erano probabilmente illustri sconosciuti a Raqqa; si sono tragicamente guadagnati sul campo i galloni dello Stato Islamico.

Da un anno e mezzo la Francia è sotto attacco terrorista. Questo non ha impedito a Parigi di ospitare la Conferenza sui cambiamenti climatici (Cop21) a dicembre e adesso i Campionati europei di calcio.

Coraggio e orgoglio gallico non bastano se l’irresponsabilità dei vecchi, anagraficamente e ideologicamente, sindacati francesi, mette i bastoni fra le ruote della società civile. Lungi dall’essere il motivo di tregua, gli Europei sono un bersaglio per terroristi e oggetto di ricatto per una Cgt corporativa.

La Francia è nell’occhio del ciclone. Potrebbe toccare a qualsiasi Paese europeo, proprio mentre intorno a Brexit si sta cementando la solidarietà trasversale anti-sistema e anti-politica. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. L’eterogenea combriccola di simpatizzanti di Brexit è uno spaccato delle correnti di populismo e d’insofferenza che attraversano l’Europa e si saldano con le pulsioni d’isolazionismo nazionalista in America, cavalcate e stimolate da Donald Trump.

L’entusiasmo per Brexit accomuna i Tories ribelli del governo britannico, Nigel Farage, Beppe Grillo, Matteo Salvini, Martine Le Pen, gli hooligans inglesi discesi a Marsiglia, l’emergente opportunista Boris Johnson, i tabloid londinesi. Se ne vadano pure, ha scritto «Libération», tempio autorevole quanto polveroso del socialismo francese. Vladimir Putin tace, ma fa intuire che non gli dispiacerebbe; un cuneo nell’unità occidentale è un punto a favore della Russia. E ci penserebbero da soli gli europei a realizzare il sogno di generazioni di strateghi sovietici che volevano dividere l’Occidente e allargare l’Atlantico. Perché no, dice Donald Trump, come se la spaccatura dell’Ue non riguardasse il futuro Presidente americano che spera di essere.

Ci si comincia a domandare cosa succederebbe al resto dell’Europa se Londra se ne va. Fanno bene Francoforte, Bruxelles, Berlino, Parigi, a prepararsi al giorno dopo. Roma deve fare il possibile per essere pienamente inclusa nelle consultazioni. Bisogna però aver anche chiaro chi vince se il Regno Unito sceglie Brexit. Non sono necessarie analisi sofisticate: basta guardare alle tifoserie. Quella pro-Brexit è un’accozzaglia di personalità emergenti e opportuniste e di movimenti di opinione pubblica che fondono protesta, insicurezze, qualunquismo e nostalgia, fino a sentimenti di violenza xenofobica e fine a se stessa.

Oltre Manica la campagna si è accesa con gli ultimi sondaggi che danno in vantaggio il partito dell’uscita. I Brexiters sentono la vittoria a portata di mano. Chi vuole rimanere in Europa – la maggioranza dell’establishment politico ed economico, i leggendari mezzi d’informazione come l’«Economist» e il «Financial Times» (la Bbc si dibatte nella camicia di forza di una rigorosa, salomonica, imparzialità), gli strati professionali e cittadini, la fascia degli elettori più giovani (il problema sarà di portarli tutti alle urne) – darà fondo a tutte le risorse di cui dispone. Mancano otto giorni. In volata tutto può succedere.

Il referendum britannico è una torturata quanto fuorviante ricerca identitaria. Ancora più preoccupanti per l’Europa sono le simpatie trasversali che Brexit coagula. Al di là del cattivo gusto dei tabloid e della volgarità degli hooligans, c’è una visione strategica del distacco del Regno Unito dall’Ue come grimaldello per minare le fondamenta dell’integrazione europea. Tre giorni fa Farage lo ha detto a Aldo Cazzullo: «Insieme a Grillo faremo saltare questa Europa. Avremo un effetto domino». Grillo non lo ha smentito.

Non meravigliamoci se i leader di un’alleanza che ha ben poco di santo faranno quello che dicono di voler fare, approfittando delle fragilità che la tempesta francese sta rivelando. Non diamogli questa possibilità.

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vivicentro.it/editoriale –  lastampa / Fermiamo chi sfascia l’Unione STEFANO STEFANINI

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