Economia

La Francia chiede di ‘declassare’ Panama: “Torni nella lista nera”

PANAMA PAPERS. Proteste in Islanda contro il premier Gunnlaugsson (reuters)
              PANAMA PAPERS. Proteste in Islanda contro il premier Gunnlaugsson (reuters)

 PANAMA PAPERS – Sale il pressing internazionale contro il paradiso fiscale, che si difende: “Abbiamo alzato gli standard di trasparenza”. La Russia accusa la Cia di cospirazione

MILANO – Si alza il pressing internazionale per ‘emarginare’ Panama, il centro nevralgico della rete di società offshore al cuore dello scandalo nato dai Panama Papers. Una levata di scudi che, come in altri casi, rischia di arrivare a buoi ampiamente scappati dalla stalla. In ogni caso, la Francia chiede all’Ocse (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico), basata proprio a Parigi, di classificare Panama come un paradiso fiscale, alla luce dello scandalo dei documenti dello studio Mossack Fonseca, emerso grazie al lavoro d’inchiesta dell’Icij al quale ha partecipato l’Espresso per l’Italia. L’attacco francese è arrivato per bocca del ministro delle Finanze, Michel Sapin: a una domanda di un giornalista della radio francese Europe 1, Sapin ha detto di augurarsi “che l’Ocse si riunisca perché la stessa decisione (già presa dalla Francia) sia adottata dall’insieme dei Paesi interessati”. Martedì Sapin ha informato il Parlamento che la Francia inserirà Panama nella sua lista dei “Paesi non collaborativi”.

Lo scandalo panamense si conferma dunque di rilievo politico altissimo, a livello internazionale, mentre le Procure (anche in Italia) muovono i loro passi. D’altra parte, ha già fatto una vittima eccellente come il primo ministro dell’Islanda, David Gunnlaugsson, costretto alle dimissioni dal coinvolgimento nello scandalo. In Gran Bretagna la bufera ha travolto il premier David Cameron. Nella stessa Francia, d’altra parte, l’onda lunga delle carte e dei contratti passati dagli archivi della boutique fiscale ha bagnato la cerchia di Marine Le Pen e un vero e proprio esercito di sportivi (da Messi a Seedorf) ne risulta interessato. Tra quelli del mondo dello sport, l’ultimo nome bollente emerso è del neo-presidente della Fifa, Gianni Infantino, chiamato al governo del calcio mondiale proprio per fare piazza pulita della mala-gestione di Blatter & Co. Infantino ha oggi replicato: “La mia integrità non è in dubbio”. Dell’elenco fa parte anche Garibaldi Thohir, fratello del presidente dell’Inter Erick.

Se l’Occidente, compresi gli Stati Uniti di Barack Obama e la Germania di Angela Merkel, serrano le fila nel fuoco contro Panama chiedendo “più trasparenza”, non si può dire lo stesso di Cina e Russia: la prima ha imposto il blackout sulle informazioni, la seconda accusa la Cia di una cospirazione internazionale.

L’attacco francese, l’ultimo in ordine cronologico segue di poche ore la mossa del numero uno dell’Organizzazione parigina, Angel Gurrìa, il primo ad alzare i toni. Gurria ha parlato dei Panama Papers come un elemento in grado di gettare “luce sulla cultura e pratica della segretezza a Panama”, l’ultima “grossa fortezza che continua a permettere di nascondere fondi offshore alle autorità fiscali e giudiziarie”. In una nota dai toni insolitamente duri, l’Ocse ha spiegato che “le conseguenze del fallimento di Panama nell’adeguarsi agli standard internazionali è ora emerso, alla vista di tutti. Panama deve fare ordine in casa propria, implementando subito queste regole”.

A deporre a favore dell’Ocse c’è l’ultimo documento ufficiale presentato dal Global Forum on Transparency and Exchange of Information for Tax Purposes, l’organismo in seno all’Organizzazione parigina che si occupa proprio di trasparenza fiscale. Panama era stata rimossa dalla “lista grigia” dell’Ocse, cioè dei Paesi che necessitano di passi avanti per quanto riguarda la trasparenza fiscale, nel luglio del 2011, proprio dopo un accordo sottoscritto proprio con la Francia. Ma negli ultimi tempi l’Ocse ha sottolineato la marcia indietro ingranata da Panama. Nel presentare lo stato dell’arte sulla trasparenza fiscale nel corso dell’ultimo G20 di Shanghai, infatti, il report dell’Organizzazione ha sottolineato le macchie di Panama e il disimpegno rispetto all’adesione al Common Reporting Standard (Crs), lo strumento attraverso il quale le Autorità fiscali devono parlare l’un l’altra, con cadenza annuale a partire dal 2017. Già nel G20 dello scorso febbraio, l’Ocse sottolineava che Panama – nonostante avesse inizialmente dichiarato di voler andare verso lo scambio automatico di informazioni – si è poi dettaimpossibilitata ad aderire a tutti gli aspetti del Crs. Una posizione che l’ha portata alla rimozione dalla lista delle giurisdizioni “impegnate” ad alzare gli standard di traspranze, con Bahrain, Nauru e Vanuatu. Fino ad oggi, sono 132 le giurisdizioni che si sono impegnate a rispettare gli standard sullo scambio volontario di informazioni in materia fiscale, e 96 quelle che introdurranno lo scambio automatico entro i prossimi 2 anni.

Dal canto suo, Il governo di Panama ha difeso gli “alti standard di trasparenza” del sistema finanziario nazionale aggermando che a Panama sono stati approvati e applicati “strumenti legali molto più restrittivi e rigorosi che in altri centri di servizi finanziari a livello internazionale”.

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