Cultura

Luoghi dai rimandi esistenziali nell’arte di Silvana Lunetta

Silvana Lunetta
Nella recente personale (maggio 2016) alla Galleria ab/arte di Brescia, Silvana Lunetta ha proposto un suo personale  colloquio con l’umanità alienata dal progresso nella crisi globale, facendo sorgere quesiti per sollecitare un uditorio  internazionale, per quanti potrebbero influenzare positivi recuperi nelle ultime urgenze geopolitiche, in un percorso artistico ben esplicitato nella monografia d’art a cura di Andrea Barretta presentata per l’occasione.
di Andrea Barretta

Un’indagine dell’attuale linguaggio artistico di Silvana Lunetta non può non iniziare dal suo cammino creativo e dalle scelte compiute in risposta al presupposto di avvedutezza estetica, né senza tenere conto della dicotomia tra figurazione e astrazione con riferimento all’attributo visivo ravvisabile per entrambe in una qualsiasi opera d’arte. Piuttosto, vedremo di seguito, sarà la materia ad assumere un’importanza decisiva nell’esigenza della nostra artista di un’art-autre. E non a caso sono le sue esperienze ad agevolare la continua opposizione fino alla risoluzione nell’equilibrato spazio della tela.

Ferma nello studio delle arti che porta nella sua attività di docente, e curiosa della vita già adolescente a incantarsi nei musei siciliani, Silvana Lunetta si appresta alla pittura a Caltanissetta, città natale, già alla fine degli anni Sessanta con toni figurativi e poi con iniziali passaggi evolutivi nella prima personale del 1975.

Seguirà la pratica con la calcografia alla Scuola Internazionale di Grafica di Venezia (dove esporrà nel 1992) con i maestri Riccardo Licata e Nicola Sene, e con la ceramica a Firenze e a Faenza per approfondire la tecnica raku.

All’istante Silvana Lunetta lascia per alcuni anni la pittura e si dedica al disegno a china, e sul foglio di carta appunta il suo lessico espressivo concentrato nell’annuncio dei futuri paesaggi della memoria, dove il segno e le linee pulite saranno contagiati dalla contestualità in cui viviamo e da cui trarre i suoi turbamenti.

Va da sé, allora, che condividere quest’arte comporta l’accettazione di una dislocazione dalla tessitura d’idiomi ed esercizi, e richiede la ritualizzazione di quanto ha consegnato l’arte alla massificazione omologante. Non solo. Bisognerà superare la soglia storiografica per trovarsi in relazione con la riappropriazione lunettiana dell’ambito ispirato verso un approdo condiviso nel riscatto estetico dall’arte del Novecento, arrivando a esiti che a loro volta conducono a un qualcosa di nuovo, quale metafora dello svilimento di tangibilità contemporanee. Perché Silvana Lunetta è testimone del proprio tempo, e anziché l’immagine figurativa propone l’astrazione lirica, contro una situazione culturale che vede la migrazione dell’arte verso tracce spesso ermetiche, e per questo evoca spinte nel dare la stura a una successiva  produzione autonoma seppur riconducibile all’informale.

Saranno anni intensi, soprattutto nei contatti culturali vissuti nell’intreccio dell’essere e dell’agire, nell’accompagnarsi con intellettuali quale il poeta Alfonso Campanile che le dedica un suo componimento, il francescano algerino Jean Albert Derrien, docente a Parigi, e lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia. Così Giacomo Baragli che la presenta in una personale a Palermo nel 1983 e poi Ignazio Buttitta.

Cosiffatta l’arte di Silvana Lunetta sta nella materia che consegna con originalità alla tela. Sta nella determinazione dell’essere degna della bellezza, ogni volta che l’interesse prevalente è l’armonia, alimento per le sue opere contro la disarmonia politica e sociale. E sta nel rigore semantico diverso da tanta arte contemporanea, perché dapprima è guidata dal portato culturale di non dare importanza alla “forma”, anche se sarà l’opera stessa nella sua interezza alfine a identificarsi in essa, di-segno in segno nella materia.

In questo periodo Silvana Lunetta si avvicina sempre più alla sperimentazione per trovare altri risultati rispetto a quelli già acquisiti, e lavora ricorrendo all’assolutezza del vivere, oltre codici da cui uscire più per rispetto dell’inedito che per motivi immanenti, tanto che pur non riconoscendosi nel concettuale si muove nell’utilizzare la creatività nel sinonimo di libertà.

I suoi lavori, al momento, marcano il ritorno a un’arte impegnata, certa di un valore che si esaurisce se non è in grado di raccontare quell’idealismo di credere già di per sé a temi meritevoli di un contraddittorio, per edificare un rapporto con l’uomo e la sua terra che sia luogo universale. A tal fine, dalla sua assolata terra siciliana, Lunetta ha guardato a Robert Rauschenberg e Jasper Johns, nel derivare ma non nel negare il ruolo ibrido della pittura che invalida nella definizione del termine “informale”. Se ne estranea, e riesce a esprimere corporeità che descrivono la sua indole: ragionevolezza e istinto che nei suoi quadri si “materializzano” nella prospettiva d’infinito, nel risveglio nella sua appartenenza all’idea di politica in quanto valore per la res pubblica da definire in un progetto concreto. E’ un suo “infinito” – atteggiamento  inscindibile – che non vuole cedere all’illusione, e da qui l’importanza di detriti cui dare la profondità dei contrasti con l’intransigenza della materia applicata a “colpire”. E interviene a cercare il senso del vivere, disincantata dall’espressionismo astratto che non sia ricerca di fisicità, di spazio-tempo nelle pieghe di circostanze indipendenti. Non sconfina, però, nella citazione né nella reinterpretazione che molti oggi chiamano “rivisitazione”, anzi si tiene lontana da speculazioni mercantili e, puntualizza Caterina Rasà, per questo le sue opere sono “difficilmente catalogabili nel tempo, tutte legate … a uno stato d’animo, a una scoperta intellettuale, a una coralità di visioni, che ci riporta al momento iniziale dell’essere”.

Mantiene, ovviamente, la voglia d’interrogarsi nell’esperimentare, nel servirsi di materiali eterogenei, poveri, di recupero, in cui usa scarti fotografici e di tarlantana, e intraprende una sua strada in rapporto all’arte, conservando quale unico riferimento la “sostanza” perché è essa stessa immagine, non provocatoria per attirare attenzione ma materia-forma, inestricabile in questo caso, che ha influenzato molti filosofi, da Platone in poi, e grandi artisti, da Jean Fautrier, tra pittura e scultura, a Jean Dubuffet, Antoni Tápies e Alberto Burri. E se Fautrier incide la superficie materica e Burri assembla segmenti di vera materia e null’altro; e se Tápies sovrappone incrostazioni di colore misto a materiali terrosi e sabbiosi, intervenendo con graffiti e simboli, Lunetta sceglie la duttilità e la versatilità di quanto ha in casa, rifiuti a integrare l’utilizzo della pittura per esprimersi creando un esito simile a vedute oltre muri scrostati, in tele  gravide di altro, in mezzo a stracci che evocano la chiarezza di un’atmosfera semplice. E se prima Parigi e poi New York hanno prodotto un’evoluzione dell’arte moderna, oggi la nostra artista nissena è specchio di un villaggio globale che, dopo l’esperienza informale e quella dell’espressionismo astratto, traccia un cantico all’indefinito nell’avvertire l’astrazione di una società ormai da emendare. Ne esplora le fisionomie sociali nei modi visivi e tattili della sua arte, e respinge ogni concetto di forma nutrendosi di quel lirismo che molti le riconoscono, già presente nella sua personale a Palazzo Moncada di Caltanissetta nel 1986, e nella collettiva “Marcel Duchamp” del 1990 cui segue l’anno dopo la mostra alla “Galleria l’Altro” di Palermo.

La sua prassi pittorica, in continuo mutamento, è tuttavia la sfida che sta nell’infrangere la frontiera tra immagine bidimensionale e plastica, proponendo opere che non sono più classificabili in convenzionali esplorazioni, laddove testimonia ingredienti potenziali a un trasferimento verso un approdo in cui c’è il sorriso. Nondimeno, chi guarda i quadri di Silvana Lunetta ne diventa parte attiva, giacché si accorge che, come l’artista, vorrebbe essere partecipe di quel “mondo migliore”, tra sfumature in cui mescolare, nei contenuti e nella forma, l’unione tra ideale e arte tra loro concilianti, pur nell’inconscio e nell’ignoto di una contemporaneità che non semina quel chicco di grano a portare molto frutto.

Non è altro che l’ermeneutica del senso altro, nell’esemplificazione del ferire la materia nell’innesto di una singolarità voluta, in un ordine indipendente rispetto a un’accettabile dichiarazione sociologica. In particolare, Lunetta inquisisce l’attuale nichilismo per creare sinergie tra il fruitore e il suo vissuto personale, tra suggerimenti dati dal legare ombre in appressati molteplici materiali.

Oggetti tangibili fatti di stoffe, elementi vegetali, smalti, sabbia, juta, olio o acrilico e pasta di carte, che divengono portatori di emozioni che rafforzano intensità metodologiche. E sopraggiunge la trasmissione del pensiero di una donna artista, e possiamo coglierne composizioni e scomposizioni negli intrecci di colore, nell’occorrenza del richiamo a un dato sensoriale.

In ciò lega la liberazione delle energie interiori che si concretano nel “completare”, nel connotare la ricostruzione di un discorso interrotto dalle neoavanguardie, quando la definizione del ripudio, sul piano dell’arte, non corrisponde più a nessun movimento di protesta odierno. Tant’è la determinazione per quanto richiede la connessione con i suoi lavori, che domande e risposte potranno giungere a spiegazioni accettabili unicamente procedendo per sottrazione piuttosto che per aggiunte di successive descrizioni, in qualche modo eziologiche perché includerebbero impostazioni dialettiche eccessive.

E’ quasi inevitabile, a questo punto, un mutamento di rotta che Silvana Lunetta intraprende con il Duemila, quando la raffigurazione già perde terreno rispetto a trine e sacchi di juta e si confronta su quanto concerne la sensazione rinunciando al classico “collage” che rivitalizza nei legami dell’inconscio con il sogno. Perché i ritagli abbandonano resoconti mimetizzanti con la figurazione latente e si fanno rivelazione, ossia qualcosa che dia consistenza grammaticale all’applicazione di pezzi di feltro come per gli accostamenti nell’arte musiva. Questa la fonte della sua recente produzione artistica, conseguita nel ruolo di una diversità nell’uso del papier collé che già la storia dell’arte indica con l’apporto di “occasioni” di uso comune, e che Lunetta presenta con l’introduzione dell’assemblaggio. Infatti, razionalizza l’uso dei pennelli nel riunire elementi dalle diverse fisionomie, e “dipinge” con la colla vinilica squarciando materiali cui dà la vitalità cromatica tra campiture cariche di colore a confermare quanto detto da Keith Haring, quando ha affermato che “la più grande ragione del dipingere è che non c’è ragione di dipingere”.

Ora l’effigie, nel richiamo al Novecento, è la rinnovata difficoltà dell’artista nell’epoca del degrado a ogni livello, in cui neanche più la creatività riesce a figurarla come aveva fatto Warhol per quella dei consumi, tanto che ha reso l’arte infedele nel mettere in scena la sovranità della mercificazione, immagine di un’età che vuole convincerci di una metamorfosi dovuta mentre non è altro che formula del cambiamento possibile reso impossibile.

Proprio dai fenomeni artistici del passato, Silvana Lunetta preferisce fisionomie di corporalità, mentre l’intensità dell’iscrizione della luce è il motivo trasfigurante dell’esultanza cromatica tra pittura e collage a riversarsi in un genere lontano da virtuosismi. E’, sottinteso, nell’arte che prorompe la sua statura in trasformazioni plastiche nei rilievi che sono giustapposizioni sulla tela, di effetti simili al vento che increspa il mare a sera, di reincarnazioni suggestive o di processioni all’imbrunire. Relazioni dettagliate di attimi vissuti come fondamento di un lucore laico ad animare la proiezione contemporanea d’inquietudini in un’età senza memoria, perché è in pratica il suo modus operandi a porre quanto realizza in condizione di sintesi conseguibili nell’arte, nel confronto con la risposta del pubblico nella derivazione di reciproche sollecitazioni.

Dopo tappe a Parigi, a Londra e Vienna, dove stringe amicizie con artisti locali, e a Budapest e Buenos Aires dove porta sue opere in mostra, Silvana Lunetta lascia Caltanissetta nel 2012 per stabilirsi a Brescia, dove frequenta la “Galleria ab/arte” e vi tiene la sua prima esposizione in terra lombarda. Da qui emerge la necessità creativa di ridare un valore alla pittura e alla materia che si accomunano nella sua arte, e inizia un percorso per un nucleo di opere a costituire un nuovo tragitto in cui evocare “assiemi” rigenerativi di un cambio di rotta. Si configura l’azione del contrapporre assenze e presenze che poco concedono al passato ma tanto al presente in un quotidiano risolutivo che ammorba la cultura in un apparato dalle minime risorse di recupero morale, civico e politico, pur nel dovere che l’autrice manifesta contro ogni tentativo di slegare i valori sociali per essere riannodati in forme d’imbarbarimento estetico, civile, etico, culturale. E’  l’istante del boato, della forza irrefrenabile che avvolge nella visione del malessere che mostra lo sfinimento della domanda vitale decantata dal viverne la paura. Poi la calma dopo la tempesta stemperata dai colori che illuminano arcobaleni immaginari fatti di variabili impasti a lottare nell’ideale ossessione tra anima e corpo.

Adesso, nel modo che s’è detto, la pittura di Silvana Lunetta assume un’altra direzione riposta in un angolo, in una radura di contorno da cui partono caleidoscopiche riflessioni dischiuse a un racconto di luoghi creati sulla tela e disseminati d’impronte.

In queste opere, infatti, non c’è l’incertezza ma la concretezza del mantenere l’essenziale nell’atmosfera di metafore autonome nel non subordinarsi a definizioni, alcune qui citate, quali “espressionismo astratto” o “informale”, anche se pertinenti. In questo senso la sua produzione degli anni Novanta resta interessante per la compenetrazione nella sostanza, e per la mimesi come impressione del vivere che è il tramite al divenire nella simultaneità sia cromatica sia materica e volumetrica.

Propriamente sarà il silenzio a foggiare la sua lettura colta dell’arte, nella scelta di un mezzo tecnico povero imposto come veicolo di percezione delle speranze di pace e di convivenza nei valori universali che l’arte tramanda, per cooperare a rimuovere le divergenze tra genti. E qui la riflessione si allarga alla centrifuga fra identificazione e modelli di sviluppo articolati nel superare episodicità al fine di uno stile compiuto. Siamo, dunque, all’innovazione come miglioramento del sistema arte rispetto a una molteplicità di epigoni postmoderni, assimilati nell’idea più che all’estetica, e come fisionomie condivisibili in logiche differenti e nella verifica, come per le opere di Jean Fautrier, nel suo rapporto quasi fisico con la materia, e di Jean Dubuffet, promotore dell’art autre, punto di partenza da quando Silvana Lunetta precorre il sovvertimento del gesto sulla tela, fino alla testimonianza dell’istinto quale atto di denuncia politica e di riscatto sociale.

Senza questa costituzione le forme lunettiane perderebbero i contorni disposti a influenzarsi reciprocamente, e non coinvolgerebbero nel dissimile che colloca con la materia distribuita sulla tela e librante dalla superficie, animata da scenari dotati di una forza straordinaria, fino a quando la tela scompare, ne è sommersa, e presenta se stessa e nulla più.

Andrea Barretta

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