Cronaca

Nel Califfato, la presunta morte di Al Baghdadi, apre la battaglia per la successione

Nel Califfato, la presunta morte di Al Baghdadi, apre la battaglia per la successione

In Medio Oriente, dopo la notizia della presunta morte del Califfo Al Baghdadi, si apre la battaglia per la successione. “Un passaggio delicato che potrebbe disgregare l’Isis” scrive Giordano Stabile.

Ora la battaglia per la successione potrebbe disgregare lo Stato islamico

La notizia usata per gettare scompiglio tra gli islamisti

BEIRUT – La testa del califfo è un trofeo troppo prezioso per essere lasciato a un concorrente. La distruzione del califfato è una gara a ritmi accelerati. Eliminare Abu Bakr al-Baghdadi è una spallata importante, anche se non decisiva. Gli effetti della sua scomparsa, se verrà confermata da una prova fisica oltre che da voci, si faranno sentire fra gli islamisti. Sul morale e soprattutto sulla loro organizzazione. Ma avranno un impatto anche sulle forze che stanno combattendo per spartirsi i territori ancora in mano allo Stato islamico. Chi mostra il trofeo per primo, avrà i suoi vantaggi.

Il califfo, nell’ideologia salafita, è il principe, il comandante dei credenti, Amir al-Muminin. La sua successione non è un affare semplice, tanto più in un califfato smembrato giorno dopo giorno, con i suoi leader braccati da droni e jet della coalizione ed eliminati in gran numero, soprattutto durante la battaglia di Mosul.

Fra i caduti nell’ex capitale dello Stato islamico ci sarebbe anche uno dei vice di Al-Baghdadi, Ayad al-Jumaili, fra i candidati a succedergli. Un altro è Abu Moutaz al-Quraishi (Fadhil Ahmad al-Hayali) anche lui dato per morto. Se è vivo, ha il vantaggio di essere un discendente certo della tribù degli Al-Quraishi, quella di Maometto, requisito indispensabile per essere califfi. Di altri possibili eredi si sa poco, ma di certo la battaglia per la leadership potrebbe fiaccare una dirigenza decimata.

La crisi nello Stato islamico sarà tanto più forte quanto più caotica e lenta sarà la scelta del nuovo «comandante dei credenti». Sul piano militare invece la scomparsa di Al-Baghdadi non incide più di tanto. Il califfato è diviso in province, wilayat, molto autonome per quanto riguarda la difesa. Hanno guarnigioni di truppe regolari, e liwa, divisioni, di forze speciali formate da combattenti locali, gli inghimasiyy, una per provincia. A spostarsi fra una provincia e l’altro sono solo le unità d’élite, come la Liwa al-Khilafa. Sono composte soprattutto da combattenti stranieri, in particolare ceceni e asiatici. Questi pretoriani hanno legami più diretti con il califfo, ma gli altri continueranno a combattere per la difesa della proprie città, le ultime rimaste: Tall Afar, Hawija, Al-Qaim in Iraq, Raqqa, Deir ez-Zour, Mayadin, Abu Kamal in Siria.

Ma la morte, e persino il semplice annuncio della morte di Al-Baghdadi, ha un impatto forte anche sul morale delle truppe che combattono l’Isis. La vittoria di Mosul è arrivata dopo nove mesi e le forze irachene, soprattutto i reparti d’élite, secondo fonti militari curde, «sono logorate». Hanno perso, fra morti e feriti, quasi metà degli uomini, i rimpiazzi, specie a livello di ufficiali, «non sono sempre allo stesso livello» nonostante gli sforzi degli addestratori americani e italiani. La fine del nemico numero uno dà morale ed energie per affrontare le prossime battaglie ed è chiaro che media e dirigenti iracheni spingono l’acceleratore, danno per sicura la notizia della morte del califfo. E non è la prima volta. Serve anche a creare conflitti all’interno degli islamisti proprio nella città da dove è partita la notizia, Tall Afar. Un centro di soli 100 mila abitanti ma un vero rompicapo, per la presenza di tribù turkmene protette dalla Turchia. Per questo le milizie sciite non lo possono attaccare e le esauste forze speciali irachene esitano.

Un sottile gioco mediatico e politico può celarsi anche dietro la conferma arrivata dall’Osservatorio siriano per diritti umani. Qui la competizione è con la Russia. L’Osservatorio, vicino all’opposizione sunnita, fa intendere che Al-Baghdadi è stato ucciso al confine fra Siria e Iraq, proprio il confine tracciato dagli accordi tra Gran Bretagna e Francia un secolo fa che il califfo voleva cancellare per ricostruire un grande impero islamico. Ma comunque in un altro luogo rispetto a quello indicato da Mosca un mese fa. Un modo per sottrargli il «trofeo». E pesa anche la situazione a Raqqa. Le continue defezioni fra le milizie arabe alleate dei curdi stanno complicando la riconquista della città. Fra lunedì e ieri l’Isis ha recuperato posizioni perse lungo le mura della Città vecchia. Anche qui la notizia della fine del califfo alza morale. Vera o falsa che sia.

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