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Dove finisce la paura e comincia la colpa che ci rende complici

Sara Di Pietrantonio (ansa)

Paura o ColpaE io cosa avrei fatto? Avrei capito, in piena notte e in una strada poco illuminata, che Sara era realmente in pericolo oppure avrei tirato dritto pensando ai fatti miei? Con tutto quello che al giorno d’oggi si sente dire che accade. Con le paure che ci si porta dentro sin dall’infanzia. Con quella tendenza al “si salvi chi può” che la paura, diventata angoscia, finisce sempre con lo scatenare. Chi può essere sicuro di come avrebbe veramente reagito l’altra notte incrociando lo sguardo e le urla di una ragazza che correva chiedendo aiuto? Il dramma che si è consumato l’altro giorno alla Magliana ci lascia tutti indignati. Soprattutto dopo aver ascoltato le parole del capo della squadra mobile di Roma che afferma di non aver mai visto, in venticinque anni, un delitto così atroce. E ancora di più dopo aver sentito Maria Monteleone, sostituto procuratore, dichiarare che Sara si sarebbe forse salvata e sarebbe oggi ancora viva se uno degli automobilisti da lei intercettati l’avesse aiutata. Anche solo fermandosi. Anche solo chiedendo l’intervento delle forze dell’ordine.

Niente di particolarmente eroico, quindi. Sarebbe bastato un gesto. Un semplice colpo di telefono. Qualcosa. Qualunque cosa tranne l’indifferenza. Anche se poi, dietro l’indifferenza, molto probabilmente c’era anche della paura. E quando si ha paura si tira dritto, si pensa a se stessi, ci si protegge.

Ma dove finisce la paura e dove comincia la colpa? In fondo, il dramma dell’orribile assassinio di Sara — bruciata viva dall’ex-fidanzato che, dopo un rapporto morboso di circa due anni, aveva deciso che la ragazza, se proprio non voleva più essere “sua”, allora doveva morire — è anche qui. In questo misto di paura e di indifferenza che, l’altra notte, non hanno permesso a Sara di salvarsi. E su cui dovremmo tutti interrogarci, invece di accontentarci, come accade ormai da troppi anni, di indignarci quando non c’è più niente da fare.

Sono anni che ci si indigna ogniqualvolta una donna viene massacrata, uccisa, bruciata, deturpata, violentata. Ci si indigna e si ripete “mai più”. Ci si indigna e si chiede la testa del colpevole. Ci si indigna e ci si ripromette di mettere mano una volta per tutte alla prevenzione delle violenze di genere, non solo insegnando ai più piccoli a riscrivere la grammatica delle relazioni affettive, ma anche occupandosi, attraverso l’educazione o attraverso le diagnosi precoci, delle fratture identitarie che attraversano tutti quegli uomini e tutti quei ragazzi che pensano di poter trattare le donne come semplici “cose”. Ci si indigna, quindi. E, nell’indignarsi, siamo tutti bravi. Ma poi, passata l’indignazione, che cosa si fa? Come ci si comporta quando si assiste a un atto di violenza o ci si ritrova anche solo di fronte a insulti sessisti e omofobi? Come si risponde a chi ci chiede aiuto? Si riesce a non pensare sempre e solo alla propria incolumità?

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà”, scrive Italo Calvino. “Se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni e che formiamo stando insieme”, continua lo scrittore. Prima di concludere: “Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige apprendimento continuo: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Nell’inferno delle violenze contro le donne che abitiamo tutti i giorni, non dovremmo limitarci a indignarci quando accade qualcosa e poi passare oltre, perché a forza di andare dritti per la propria strada si finisce col non vederlo più. Quest’inferno, si dovrebbe imparare a combatterlo non solo da un punto di vista istituzionale, punendo i colpevoli e proteggendo le vittime, ma anche da un punto di vista personale. Il che significa, innanzitutto, attraverso la cultura, la forza della ragion critica, la compassione e il coraggio. Ossia il contrario stesso dell’indifferenza che, anche quando motivata dalla paura, resta comunque la miglior alleata della violenza e della sofferenza. Che è poi quello che spiega molto bene Hannah Arendt parlando della “banalità del male”. Non perché il male sia, di per sé, banale. Anzi. Spesso il male è profondo e radicale, come nel caso in cui una ragazza di 22 anni viene bruciata viva dall’ex-fidanzato che non sopporta di perderla. Ma il male ha anche tanti complici. Talvolta lo si commette per opportunità. Talvolta per negligenza. Talvolta, anche molto più banalmente, proprio per indifferenza. E non si tratta di trasformarci tutti in eroi o di sacrificare la propria vita per salvare quella degli altri.

Spesso basterebbe semplicemente osservare, ascoltare, fermarsi. Capire che ci sono cose che non si possono fare, ma che tante, invece, le possiamo fare tutti. Anche solo uscire dal nostro piccolo mondo individuale, e farsi toccare dall’esistenza e dalla sofferenza altrui.

vivicentro.it/cronaca –  repubblica/Dove finisce la paura e comincia la colpa che ci rende complici di MICHELA MARZANO

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