Cronaca

Attacco Bruxelles Viaggio in città tra coraggio e rassegnazione

Attacco Bruxelles
Bruxelles, in piazza della Borsa
Attacco Bruxelles – In piazza della Borsa la notte del dolore e dello sgomento (afp)

 Attacco Bruxelles – Strade svuotate, ma nessuna scena di panico. La giornata di terrore nella capitale d’Europa, emblema del mondo dopo l’11 settembre

È CORAGGIO o rassegnazione? È capacità di resistere alla paura o passiva accettazione di un destino annunciato? L’esplosione alla fermata della metropolitana di Maelbeek è avvenuta da pochi minuti, una moto della polizia si è appena messa di traverso di fronte all’ingresso della Commissione europea per cercare di bloccare il fiume d’auto che all’ora di punta intasa Rue de la Loi, arriva la prima ambulanza, poi un furgone dei vigili del fuoco e due auto della polizia, la folla si ferma e scruta i telefoni.

Nessuno qui sopra ha sentito il rumore di cosa è accaduto lì sotto, nessuno ha idea delle grida, dei corpi dilaniati, dei feriti. Ma sugli schermi degli smartphone la notizia fa presto ad arrivare: c’è chi indica l’ingresso della stazione, chi accelera il passo, chi si mette a mandare messaggi rassicuranti, ma nessuno pensa di correre, nessuno grida e i funzionari europei entrano regolarmente nei loro palazzi.

Mezz’ora dopo non ci sarà più nessuno per strada, completamente svuotate le arterie principali della capitale europea, solo militari in assetto da guerra, uomini delle forze speciali con il volto coperto, artificieri e ambulanze. Nel silenzio del traffico, nell’assenza dei clacson e delle voci si sentono solo le sirene. Centinaia di sirene a scandire l’angoscia, a convincere chi non lo aveva ancora fatto ad abbassare la saracinesca, a chiudere bar, ristoranti e negozi.

Bruxelles sotto attacco, silenzio e sirene nelle strade deserte

Nessuna scena di panico. Eppure i feriti sono sdraiati sul marciapiede e la hall dell’hotel Thon si sta riempiendo di corpi martoriati. Nel palazzo della Commissione, a 400 metri di distanza dall’esplosione che ha fatto almeno 20 morti, le riunioni continuano regolari, tutti scrutano il telefono e si alzano per guardare dalla finestra ma senza reazioni visibili.

Poi i Palazzi vengono sigillati e gli incontri sospesi, chi è dentro non può più uscire, chi è fuori è pregato di allontanarsi velocemente. Il cordone dei militari si allarga sempre di più, la zona di sicurezza si gonfia e non si capisce se serve a proteggere chi è ancora dentro o ad evitare pericoli a chi è rimasto fuori.

Nessuno parla per strada, anche perché la rete telefonica dei cellulari è saltata, persone mute mandano messaggi e stanno immerse nei piccoli schermi cercando risposte. Poi le sirene si diradano: non ci sono più feriti da trasportare, sono stati usati anche i pullman per sfollare chi è in stato di shock, restano solo le pale degli elicotteri.

“Sapevamo tutti che doveva arrivare: doveva succedere, è successo”, è l’unica risposta che raccolgo da chi si allontana camminando a testa bassa.

LIVETWEETING Calabresi, Bonini, Ginori, Berizzi

Sono 15 anni che, quasi senza accorgercene, facciamo i conti con il terrorismo islamico. È il mondo dopo l’11 settembre: ci siamo abituati a controlli di ogni genere, ad avere la pazienza di togliere scarpe, cinture, di consegnare accendini e liquidi chiusi in piccole buste, di fare la fila e mostrare i documenti. Hanno già colpito tutto quello che costruisce le nostre esistenze: i treni a Madrid, gli autobus e le metropolitane a Londra, le sinagoghe, le scuole, i supermercati kosher, i teatri, gli stadi, i ristoranti e un giornale satirico a Parigi, musei, spiagge, resort e aerei di turisti dall’altra parte del Mediterraneo dove sognavamo il mare d’inverno. Siamo ormai anche stanchi di cercare simbolismi nella scelta degli obiettivi, di ripeterci che il marchio di fabbrica è l’attacco multiplo, abbiamo scoperto che in Europa colpiscono ragazzi cresciuti in casa nostra, che trovano nella violenza e nel terrore un senso alle loro esistenze perdute. La domanda che mi pone amaro un francese che lavora in una compagnia americana è semplice: “Perché i servizi di sicurezza non sono riusciti a fermarli? Quattro mesi di paure e quattro mesi di speranze, paura che attaccassero, speranza che li trovassero. Invece hanno fatto come hanno voluto, hanno colpito la zona delle partenze all’aeroporto e la fermata della metropolitana della Commissione europea”.

La gente cerca di tornare a casa, vuole andare a prendere i bambini a scuola. Ai genitori al telefono dicono di stare tranquilli che i loro figli sono al sicuro nelle classi, ma se ti presenti al portone ti consegnano subito il bambino, sperando di chiudere presto.

Ci sono gli ostinati della normalità: al bordo della zona chiusa dai cordoni di polizia, nel Parco del Cinquantenario intorno al centro islamico dove poco prima dell’una è in corso la preghiera e si diffonde la litania del muezzin, in molti fanno footing con le cuffiette nelle orecchie. Mi sembra il loro modo di correre via, di scappare dall’angoscia, dal terrore. Di ripetere anche oggi un’abitudine quotidiana per sopravvivere, per convincersi che nulla è cambiato.

Lunedì sera nel viaggio dall’aeroporto avevo chiesto al tassista che clima ci fosse in città, se l’arresto di Salah avesse fatto tirare un sospiro di sollievo o aumentato la paura. Mi aveva risposto in modo laconico e asciutto: “Accadrà anche qui, ma con le stesse possibilità che accada di nuovo a Londra o Parigi. Dobbiamo abituarci a vivere così. Il problema però non è il terrorismo che colpirà pochi sfortunati, ma la crisi economica che ci piega tutti da anni e che sta scivolando in secondo piano”.

Il mondo fuori è sconvolto, si informa, manda messaggi di cordoglio, si infervora, commenta e ragiona sul fatto che i terroristi hanno colpito il cuore dell’Europa, la capitale. Qui non riesco a trovare questa convinzione, nonostante la rivendicazione dell’Is, nonostante i luoghi scelti non siano casuali.

Si pensa che questa sia una nuova tappa di una via crucis che percorre il continente, sia l’emergere di un cancro che abbiamo lasciato crescere dentro i nostri paesi.

Raggiungo un diplomatico di carriera che ha visto conflitti di ogni genere e lui allarga le braccia: “La pentola era in ebollizione da tempo, sentivamo il coperchio ballare, era tutto chiaro e presente ma speravamo che si riuscisse a fermarli in tempo. Ma quando ci siamo resi conto che Salah era rifugiato a poche centinaia di metri dalla casa dei suoi genitori abbiamo capito che aveva acqua in cui nuotare, una rete di protezioni e complicità”.

Tutti i nascondigli del terrorista fuggito da Parigi sono in uno spicchio di città che è stato ribattezzato il croissant pauvre, la mezzaluna della povertà che ha la forma di un croissant e taglia il centro di Bruxelles e in cui la disoccupazione giovanile raggiunge il 60 per cento. Gli occhi erano tutti puntati su questa terra perduta.

“Viviamo dentro l’attentato da quattro mesi, ogni giorno – mi racconta Christophe Berti, direttore del quotidiano Le Soir – ci chiedevamo: “Oggi Salah uscirà dal suo rifugio per colpirci?”. Lo sapevamo, eravamo preparati. Per tre giorni a novembre l’allarme è stato massimo, scuole chiuse, teatri e cinema spenti, metropolitana ferma, ma poi la gente ha cominciato a dire che non potevamo vivere così, che si deve respirare, andare avanti. E ci siamo messi a vivere in modo inconsapevole, sapevamo ma fingevamo che tutto fosse normale. Gli attentati non sono il punto di arrivo di un incubo, non sono la fine di una storia ma l’inizio. L’inizio di un mondo in cui dobbiamo vivere facendo attenzione a tutto e sospettando di tutti”.

Bruxelles sotto attacco: il videoracconto

Oggi le scuole saranno aperte, dopo gli attentati di Parigi le avevano chiuse. Sembra un controsenso e di nuovo ci porta alla domanda iniziale: coraggio o rassegnazione? Si vuole rispondere al terrore con un messaggio forte di normalità o la barca è alla deriva e nessuno sa più dove andare?

Dopo gli attentati di novembre in Francia il governo aveva deciso 34 misure eccezionali per combattere il terrorismo, solo 13 sono in vigore, le altre 21 sono in attesa. Ora senza discussioni, ma automaticamente, si attende che aumentino intercettazioni, metodi speciali, arresto per chi torna dalla Siria, braccialetto elettronico per chi è ritenuto una minaccia, l’isolamento dei detenuti pericolosi e lo smantellamento dei luoghi di culto dove si predica la jihad.

Nella piazza della Borsa si tenta timidamente di ripetere la mobilitazione dei parigini, fiori e lumini per fermarsi a pensare, pregare, per non sentirsi soli. Qualcuno porta dei gessetti colorati e molti cominciano a scrivere frasi di pace sull’asfalto. Ma sono soprattutto turisti, le scritte sono in spagnolo, in greco, in inglese. Ci sono mazzi di tulipani e chi offre “abbracci gratis”, ma alle nove di sera sono di più i giornalisti, i fotografi e le telecamere rispetto ai belgi. Non è scattata l’onda emotiva e non ci sono “Je suis…” a farci sentire tutti bruxellesi. Forse nell’Europa dei populismi, dei no euro, della guerra alle burocrazie comunitarie non scatta l’identificazione con una capitale poco amata.Le grida disperate di una bambina in fuga nel tunnel della metropolitana, che le televisioni ripropongono fino a tarda notte, dovrebbero spingerci a rispondere al dilemma: dobbiamo trovare il coraggio di affrontare la minaccia, non rassegnarci a sperare che anche la prossima volta non tocchi a noi. Dobbiamo ricordarci cosa significhi essere cittadini, persone responsabili che non perdono la testa, non perdono la dignità ma non abbassano gli occhi per non vedere cosa succede 300 metri più in là.

larepubblica / Attacco Bruxelles, viaggio nella città tra coraggio e rassegnazione di MARIO CALABRESI

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