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Caso Yara, corte nega video difesa: ”Non ci facciamo suggestionare”

Caso Yara, corte nega video difesa

I video ‘ricostruiti’ dalla difesa di Massimo Bossetti non saranno proiettati in aula. Il presidente della corte d’assise d’appello di Brescia, Enrico Fischetti, non usa mezzi termini per spiegare alle parti che la cornice del secondo grado e delimitata “dagli atti e dai documenti” già in possesso dei giudici e che qualsiasi slide o foto che la difesa vuole mostrare in riferimento all’omicidio di Yara Gambirasio “deve già far parte del processo, nuovi documenti o semplici deduzioni non sono ammesse, ciò che è nuovo va acquisito. Le slide vanno quindi ‘depurate’ da cose fuori dal processo che ha già atti corposi”, circa 25 faldoni.

In particolare, il presidente che ha ricordato la sua esperienza in caso di omicidi, evidenzia la singolarità da parte della difesa Bossetti – in un processo appello – di richiesta di mostrare in aula dei video e su questo non ammette repliche: “Nessun video ‘ricostruito’ verrà proiettato. Noi non ci lasciamo suggestionare, ma il video non ci serve: avete già depositato 258 pagine di motivi di appello e altre 110 di motivi aggiuntivi, c’è scritto tutto anche in modo esteso”.

Alla difesa, che ha iniziato l’udienza chiedendo di poter proiettare in aula dei documenti, la decisione della corte ‘smorza’ le armi. Le foto e le slide “di cui abbiamo la sicurezza che fanno riferimento a documenti e trascrizioni sono ammesse, quelle nuove o che sono vostre deduzioni no”, chiosa il presidente della corte. Ora i difensori dell’imputato, Paolo Camporini e Claudio Salvagni, sono pronti a mostrare in aula alcune slide “che rendono più chiari i dati grezzi sul Dna” e mostrare con delle immagini le caratteristiche del furgone di Bossetti.

DIFESA – Il Dna è la prova regina contro Bossetti ed è su quella traccia genetica che la difesa dell’uomo torna a chiedere una perizia per far luce su una “anomalia” che continua a dividere. La traccia mista trovata sugli slip e sui leggings della 13enne scomparsa da Brembate il 26 novembre 2010 appartiene alla vittima e a ‘Ignoto 1’, poi identificato nell’imputato. Ma in quella traccia il Dna mitocondriale (indica la linea materna, ndr) non corrisponde a Bossetti.

“Un’anomalia che non inficia il resto: solo il Dna nucleare ha valore forense”, sostiene l’accusa. Un “mezzo Dna contaminato” la cui custodia e conservazione “sono il tallone d’Achille” di un processo “indiziario”, la tesi dei difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini che oggi dedicheranno gran parte della loro arringa – davanti ai giudici della corte d’assise d’appello di Brescia – per chiedere l’assoluzione del loro assistito.

“Intorno al processo c’è tanta confusione: sono finite le tracce migliori – 31G19 e 31G20 su leggings e slip – ma ci sono ancora i reperti e gli estratti. Se hanno esaurito una traccia straordinariamente pura e abbondante non è un problema della difesa. Deve consentirsi all’imputato di difendersi e quindi serve una perizia”, le parole di Salvagni alla vigilia dell’udienza a cui, come sempre, assiste Bossetti. Tolta la traccia genetica, contro l’uomo in carcere dal 16 giugno 2014 resta “un’inconsistenza di elementi”.

Dai passaggi del furgone davanti alla palestra – “non è il suo” a dire dei legali – alle sfere metalliche e alle fibre trovate sul corpo di Yara “che nulla svelano su Bossetti”, fino alle ricerche ‘hot’ online “successive alla morte della 13enne”. La difesa chiederà “un atto di coraggio” ai giudici per assolvere chi da sempre si dichiara innocente.

“Non è Massimo Bossetti il colpevole”, contro di lui ci sono elementi “che non consentono di condannarlo”. Con queste parole il difensore Salvagni si è poi rivolto ai giudici. Rivolgendosi ai giurati popolari, l’avvocato cita il caso Simpson e le parole di chi era stato chiamato a decidere: “uno di loro ha detto ‘credo che probabilmente sia stato lui, ma non c’erano le prove’. Questo è uno stato di diritto, se giudichiamo con la pancia non arriveremo mai a una sentenza oltre ogni ragionevole dubbio. Se permangono dei dubbi voi dovete assolvere: questo deve fare un giudice, un uomo che giudica un altro uomo”.

Qui, ricorda il legale “C’è in ballo la vita di un uomo e delle persone a lui vicine, questo non vuol dire dimenticare Yara, ma volere il vero responsabile dell’omicidio”. Alla “povera vittima che non abbiamo mai dimenticato” il pool della difesa rivolge in apertura un pensiero, “perché la piccola Yara deve avere giustizia, ma ci vuole il colpevole, non un colpevole qualunque”. Le parole più dure sono rivolte alla pubblica accusa: “Ho sentito cose incredibili, ho sentito cose false, suggestive, creative, sbagliate e contraddette dagli atti”.

Il difensore di Bossetti non nasconde il lavoro “incredibile” fatto nella ricerca della verità – “Abbiamo una montagna da scalare ma siamo sereni perché siamo dalla parte del giusto” dice Salvagni – e rivendica la scelta “di un approccio scientifico”, che richiede risposte certe sulla traccia del Dna e sulla necessità di una perizia che tornano a chiedere a gran voce. Rispetto a dati grezzi “ottenuti a fatica”, a reperti mai visti dal vivo, “io devo fare un atto di fede, ma se permettete io voglio una risposta scientifica”.

Sulla traccia mista – di Yara e Ignoto 1 – trovata sugli indumenti della 13enne uccisa il 26 novembre 2010, la famosa 31g20 “su 18 amplificazioni ce ne sono svariate che fanno schifo”. Sul Dna ci sono “261 criticità” e per la difesa “un Dna con quelle caratteristiche di purezza non può resistere più di poche settimane, non può essere così puro”. La difesa si scaglia anche sulla foto satellitare del campo di Chignolo d’Isola del 24 gennaio 2010, già a disposizione della procura di Bergamo “ma non confluita negli atti” a disposizione della difesa. Un’immagine che è “un elemento importante, da valutare” perché se Yara non c’è su quel campo “sarebbe tutta un’altra storia”. Se la difesa promette “dati oggettivi, scientifici”, l’appello ai giurati è di ascoltare “con mente aperta”, perché in questo caso gli elementi “non consentono di condannare Bossetti”.

PARTE CIVILE – “Quel povero fagottino nero sotto la pioggia non poteva rappresentare la preda perfetta per chi ha una passione insana?”. L’avvocato Andrea Pezzotta, parte civile nel processo contro Bossetti, raffigura così la sera del 26 novembre 2010 quando di Yara Gambirasio si perdono le tracce. Un delitto per il quale è stato condannato all’ergastolo Bossetti che viene descritto come una persona “sadica” capace di usare contro la 13enne una “violenza gratuita che va oltre l’intenzione di ucciderla” e ha quella “di far soffrire la vittima”.

Non un è delitto d’odio – “manco si conoscevano Yara e Bossetti, che motivo aveva di odiare la bambina più solare del mondo?” si chiede – ma un delitto commesso da chi ha una “natura sadica e il movente non può essere che quello sessuale” come individuano i giudici di primo grado nelle loro motivazioni. Nel suo intervento davanti alla corte d’assise d’appello di Brescia, il legale ricorda che Yara era “un’ombra nera sotto la pioggia. Yara poteva suscitare solo sentimenti di tenerezza e protezione, ma questo in una persona normale. A nessuno in quest’aula, tranne a uno, poteva suscitare altro”, dice ricordando le ricerche ‘hot’ sulle minorenni trovate sul pc portatile dell’imputato. L’avvocato Pezzotta ha chiesto ai giudici di confermare la sentenza all’ergastolo inflitta a Bossetti.

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